Recensioni

Si procede per immagini, nel nuovo disco di Strueia: una chitarra, il bosco e il conseguente spleen. Quasi fosse una sequenza di frame, l’album ruota inevitabilmente intorno a questi tre elementi, qui sintetizzati in una forma sonora-testuale unica e piegata a un velo di malinconia (lo spleen) utile a far da collante. Se nel precedente Morolo – nitida citazione, per atmosfere e artwork, del celebre disco di Bruce Springsteen – Strueia aveva provato a raccontare «un paese che è un grande nulla e un grande nulla che è un piccolo paese», qui allarga gli orizzonti rendendo universale quel sentimento di apatica malinconia.
Un disco che si fa racconto fragile di piccoli avvenimenti, talvolta quasi insignificanti (Una Coppia) ma che nell’immaginario del cantautore scavano solchi ampi in cui inabissarsi. Trovano così giustificazione i suoni del bosco (spazio di riflessione per eccellenza), la chitarra da cui ogni singolo brano prende forma, e volendo, anche lo spleen, protagonista assoluto ma non per forza con merito. Un quadro nitido ma in bianco e nero e che prova a celebrare non solo il cantautorato italiano tout-court (Da Soli), ma anche un immaginario che sa di folk desertico (Agosto) e di un dream pop (Canzone Con Due Note) in cui lo stesso Strueia prova a farsi «crooner minimalista».
Nonostante gli spunti interessanti e le buone intuizioni alla base del disco, la nuova prova del cantautore originario di Morolo non riesce a decollare, restando ancorata a una forma-canzone piatta che, in alcuni passaggi, richiama più gli esordi di Lorenzo Urciullo (Colapesce) che non un immaginario filo-battistiano. La Chitarra Il Bosco Lo Spleen si lascia ascoltare senza forzature, ma aggiunge poco al discorso sui nuovi punti di fuga della musica italiana: le ultime sontuose prove di Amerigo Verardi, Cesare Basile o dello stesso Iosonouncane su tutti.
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