Recensioni

Da qualche anno la Palazzina di Caccia di Stupinigi, poco fuori Torino, è la prestigiosa sede della rassegna estiva Sonic Park. Dopo la preview degli Interpol, i Simply Red e i Placebo – diventati virali per le colorite esternazioni di Brian Molko – si arriva al quarto ospite internazionale: Sting. Internazionale, sì, ma non straniero. Più passano gli anni e più viene naturale pensare all’artista britannico come un connazionale, dato che la sua vita tra i vigneti toscani e la sua intensa attività live lo hanno reso una delle certezze musicali del nostro Paese. Ecco perché ritrovarlo è sempre bello e rassicurante come un ritorno a casa.
Sulla location ormai non serve spendere ulteriori parole: è un gioiello. Se ci siete stati lo sapete bene e avrete sicuramente sul telefono un’intera gallery di foto della Palazzina, con tanto di zoom sulla statua del cervo che la domina dall’alto. Se non ci siete mai stati, beh, rimediate alla prima occasione utile. Purtroppo la grande affluenza del sold out, la giornata infrasettimanale e il meteo pazzerello concentrano l’arrivo di migliaia di fan a ridosso dell’inizio dello show, creando grande ingorgo all’ingresso. L’area concerti non è ancora piena quando comincia Message in a Bottle, ma, una volta smaltito il flusso, il colpo d’occhio dei giardini della Palazzina brulicanti di persone in adorazione per Sting è qualcosa di meraviglioso.

Le premesse per una serata perfetta ci sono tutte, nonostante il tempo che abbaia – ma fortuna non morde – eppure già nelle sue prime battute il live arranca. Qualche ingranaggio sembra inceppato. L’ex-frontman dei Police appare esteticamente inossidabile, vitale, ma la sua esibizione non va di pari passo. Come in un soundcheck non proprio incoraggiante, i primi brani paiono abbozzati, perlomeno vocalmente. Perché a onor del vero il lavoro svolto dalla band è ineccepibile, tanto quanto la qualità di volumi e mixing, che rendono ampiamente giustizia sia ai pezzi che all’atmosfera di una serata speciale in un luogo speciale. Il problema sembra risiedere proprio nella voce. Sia chiaro: non si stratta di stonature o problemi acustici. Le doti canore restano indiscutibili e arrivano chiare e forti sia nel pit che fuori. Ma è una voce stanca e confusa quella che esce dalla sua bocca, sicuramente diversa dall’ultimo tour, sia per intensità che per espressività. Appare evidente soprattutto con Every Little Thing She Does Is Magic, talmente fiacca da dipendere totalmente dall’apporto del pubblico e dei coristi.
Con la doppietta If I Ever Lose My Faith in You e Fields of Gold qualcosa si aggiusta. A scaletta inoltrata la classe infinita dell’artista britannico prende finalmente il sopravvento e almeno per qualche minuto spazza via tutte le strane elucubrazioni sul tempo che passa, sull’illusione dei miti eterni e così via. Il suo maestoso basso diventa come il bastone di Gandalf, del quale, si sa, non si deve mai dubitare. Proprio come lo stregone barbuto anche la voce di Sting arriva esattamente quando intende farlo, ovvero con Shape of My Heart, che è sembra una bella botta emotiva. C’è pure la coraggiosa intuizione – tutt’altro che banale – di aggiungerci uno snippet di Lucid Dreams del compianto Juice WRLD, che proprio per questo brano aveva campionato lo storico pezzo di Sting ottenendone il plauso, oltre a qualche conseguenza legale.
Benissimo Walking on the Moon, che evoca uno Sting old fashioned, ma abbastanza male So Lonely, salvata in corner dall’ottima performance del gruppo e da un pubblico molto partecipativo. Insomma: questa serata è una montagna russa. Alla corsa si unisce infine anche Joe Sumner, che oltre ad essere da quasi un quarto di secolo il frontman dei Fiction Plane, è il figlio di Sting. La genetica ha lavorato bene e sentirlo cantare col padre due brani fondamentali dei Police come King of Pain ed Every Breath You Take è a tratti commovente. Nel pubblico, però, qualcuno si prende la responsabilità di dirlo: “io volevo sentirle cantate da Sting”. E una sensazione analoga serpeggia a ogni virtuosismo dei comprimari canori di Sting, il quale sicuramente sa scegliersi coristi talentuosi, ma forse non valuta con lucidità l’effetto boomerang di questa scelta.
Ritornano dunque infine le ombre di un concerto un po’ spaesante, che da un lato demoralizza chi era convinto che la magia di Sting sarebbe rimasta la stessa, per sempre, dall’altro manifesta il pregio di un artista immenso che forse può persino permettersi di prescindere dal suo ruolo di performer. Ché anche se il tempo passa senza guardare in faccia nessuno, la classe resta e guarda Sting dritto nei suoi occhi di ghiaccio.
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