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I tempi erano decisamente maturi per un esordio da solista e il momento prescelto è anche il più opportunistico: Apollo XXI arriva proprio all’indomani di quel Father of the Bride dei Vampire Weekend in cui Steve Lacy compare in ben due brani, ad impreziosire il già ricco corpus di pop caleidoscopico di Ezra Koenig e soci con un talento chitarristico già molto riconoscibile (e l’orecchiabilità di Sunflower e Flower Moon non è mai messa in discussione). Nonostante la giovane età – stiamo parlando di un classe 1998 – il Nostro può vantare una lunga e rispettabilissima serie di collaborazioni (Kendrick Lamar, Blood Orange, Mac Miller, Solange). Oltre al progetto The Internet, fa parte della generazione digitale (lui stesso ammette di essersi avvicinato alla musica giocando a Guitar Hero) e con un iPhone registra i suoi primi lavori, in cui a risaltare è uno stile già riconoscibile, capace com’è di pescare a piene mani da intuizioni e sensazioni varie, saltellando con disinvoltura tra l’hip-pop della tradizione recente (è pur sempre nato a Compton) e quel pop da cameretta molto vicino a un Mac DeMarco imbevuto di coolness à la Nile Rodgers.
È questo lo scarto più evidente, ciò che salta subito all’orecchio: una voglia debordante di ricavare il più possibile da quanto seminato finora e smarcarsi dalla definizione un po’ troppo ingombrante di collaboratore d’eccezione. Ne risulta un corpus schizofrenico, non solo nel passaggio da un brano all’altro, ma anche all’interno degli stessi – con Like Me (al quale contribuisce anche la band DAISY) che è, in sostanza, un collage di tre arrangiamenti volti ad esplicitare in musica il già confessato coming out – mentre con la successiva Playground sfonda la porta del psych-pop dal sapore Tame Impala. Il sapore dell’esordio purtroppo si rivela in una serie di uno-due non accuratamente assestati (Guide e Lay Me Down sono entrambi riempitivi), Hate CD spariglia di nuovo le carte, ma dovremo scendere fino a Love 2 Fast per riassaporare quell’ibrido che ce lo aveva fatto apprezzare nell’incipit, di nuovo a flirtare con il pop da cameretta, che stavolta ha perlomeno i piedi piantati per terra e sfrutta al meglio le doti chitarristiche del Nostro, che si esaltano in una psichedelica coda finale (cui fanno rima i contraltari sintetici di Outro Freestyle/4ever).
Insomma, un lavoro che pur approfittando della sua aura indubbiamente hip-pop, è capace di innervare tra le sue corde un’anima timida che risulta insolita (Amandla’s Interlude). Ne consegue uno Steve Lacy magari meno graffiante di quanto ci si sarebbe aspettati in un esordio, meno dirompente e più riflessivo di molti della sua generazione. Resta da calibrare il tutto, per raggiungere una consistenza solida che siamo sicuri arriverà. Per adesso non resta che goderci questo Apollo XXI a corrente alternata.
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