Recensioni

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Sembra che anche per Steve Hackett il (lunghissimo) momento magico si sia esaurito. Con la sua uscita dai Genesis, la gloriosa band inglese ha perso più di quanto si presumeva si sarebbe portato via Peter Gabriel. Il chitarrista, del resto, è stato l’unico – a parte i dischi di esordio di Tony Banks e Mike Rutherford – a caricarsi sulle spalle l’enorme peso dell’eredità del quintetto di Foxtrot e a perpetuarne la tradizione con dischi che raramente sono scesi sotto la soglia del buon gusto, grazie a capacità compositive non comuni e a doti tecnico-espressive di assoluta rilevanza. Eppure, da un po’ di tempo a questa parte anche Hackett comincia a mostrare la corda con “operazioni nostalgia” discutibili, adagiato su un mestiere che porta dritto alla pensione (vedi The Tokio Tapes, Genesis Revisited: I, II, concerti impeccabili quanto si vuole ma un tantino asettici e che cominciano a ripetersi, come gli stessi dischi da studio).

Su The Night Siren c’è tanta carne al fuoco. Anche troppa. Un all-can-you-“ear” dove puoi sentire di tutto, e fin troppo di quello che ti aspetteresti da Steve Hackett. Un’abbuffata, sì, ma da tavola fredda. Musica che è diventata una formula, come una formula del resto è il progressive rock, che deve stupire a ogni costo e metterci dentro (quasi) tutto. E allora ecco l’orchestrazione à la Kashmir (Led Zeppelin) di Behind The Smoke, addizionata di un tar – strumento iraniano a corde – che rende anche più sapida la già carica pietanza. Gli intrecci vocali tra Yes/Crosby Stills & Nash/Beach Boys che si caricano del sitar di Martian Sea; una Fifty Miles From The North Pole che sembra uscire da un film di 007 con Sean Connery e aggiunge un coro di bambini, una tromba e filtri alle voci; una Inca Terra straniata creatura mitologica messa insieme con frattaglie di Inti Illimani, ancora brandelli vocali di CS&N, e che, ritenuta non ancora sufficientemente esuberante (secondo Hackett), butta in scena un simil-clavicembalo. E pure In Another Life, che basterebbe mantenere così come nasce, ovvero country & folk, non riesce a scampare a questa smania da arrangiamento ipertrofico. All’opposto, il miglior Hackett ci viene riconsegnato sulle note di The Gift e di El Nino (benché appesantita da tastiere obsolete). Ma anche Anything But Love è un buon brano quando lascia spazio alla (vera) voce e alla ispirata chitarra elettrica dell’autore. E lo stesso si può dire di In The Skeleton Gallery, traccia che mostra abilmente quella propensione gotico-vittoriana che il Nostro sciorina ogni volta che può, ma anche di West To East, dal ritornello di sicuro effetto.

In generale, a The Night Siren manca la semplicità stordente di un brano come Kim o di Hands Of The Priestess; la pastosa elettricità, travolgente ma scorrevole come un grande fiume di Sierra Quemada. Hackett svettava per l’impareggiabile palette sonora, per le sfumature che riusciva a dare a una sola nota che poteva durare più di quelle di Jherek Bischoff, ma senza bisogno della cisterna da due milioni di galloni. Ora sembra voler competere con i chitarristi delle ultime generazioni, quelli dalle sventagliate di note, come se stesse registrando a Omaha Beach e fosse il D-Day. C’è tanto rumore, su questo disco. Troppo per un musicista di questa classe, che con questo lavoro arriva a totalizzare ben 26 album da studio.

Una volta, in una intervista, a Bill Bruford venne chiesto cosa pensasse delle pubblicazioni con le quali certi artisti – come i King Crimson – invadevano (e tuttora invadono) il mercato. Rispose che ai musicisti, tutti, si dovrebbe permettere di pubblicare non più di 20 dischi, per poi spingerli a ritirarsi. Mi piacciono le scelte che ha compiuto il batterista di Sevenoaks, denotano l’intelligenza. E mi piace quello che dice.

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