Recensioni

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Ci aveva lasciato nel 2019, Stella Donnelly, con una delle più fresche ed agili voci del movimento #menomore e del nuovo indie australiano. Beware of the dogs era un esordio feroce e dall’animo punk, desideroso di mettere in discussione l’intero mercato musicale come lo conosciamo oggi. Poi però un lungo tour destabilizzante (lei stessa ha parlato di ansia e smanie di controllo) e il Covid sono diventati il punto da cui ripartire per un viaggio nuovo, più introspettivo e incentrato sulle relazioni personali. Tutto ciò coincide con l’ossatura del nuovo Flood e con ciò che a Donnelly riesce meglio: raccontare una storia prima personale e poi collettiva, gettando qua e là sani semi di speranza.

È esattamente quello che accade in Medals, brano che prova a vedere oltre le pressioni sociali della vita scolastica con sano humour e una malinconica tenerezza fatta di fiati leggeri. L’artista di Perth riunisce tutto intorno al piano, base di buona parte dei brani dell’album e tendenza comune nel panorama indie recente, sintonizzando finemente lo strumento con pezzi della propria infanzia, dal già citato carnaio scolastico alla perdita della nonna (Oh my my my, poesia pura che richiama atmosfere goth à la Marissa Nadler), passando per gli occhi di un bambino davanti ai quali passa lo sfratto della propria famiglia (Lungs). Intorno a questa giostra profonda e meditativa si snoda l’umanità più cruda, quella che, un po’ come faceva Courtney Barnett nel 2018, alla fine della giornata si chiede How was your day?

In Flood troviamo lirismo, speranza, attitudine dolewave, lucentezza in crescendo ad ogni ascolto. Donnelly, che ha mostrato finora solo una piccola parte del suo potenziale, cambia ritmo all’interno un terreno più delicato rispetto al precedente disco, compiendo un ulteriore passo verso il riconoscimento internazionale.

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