Recensioni

Ludovic Navarre torna dopo 15 anni da quel Tourist che aveva contribuito ad esportare il verbo french touch in giro per il mondo. Il disco del 2000 sdoganava il jazz mescolato alla dance, inserendosi con classe nello stile che molti in quegli anni avrebbero catalogato troppe volte a sproposito come “Buddha Bar”. All’inizio del millennio la proposta del DJ francese era fresca, non era ancora stata arrugginita dal tempo, e quel fenomeno di album – anche se storicizzato – si fa ascoltare benissimo anche oggi.
Il nuovo episodio è stato mixato con l’aiuto di un guru del calibro di Alex Wharton, mastering engineer agli Abbey Road Studios di Londra (ha lavorato per decine di artisti, tra cui Panda Bear, Mark Lanegan, Scott Walker), ed esce quindi levigato e pronto all’uso nei bar e nei luoghi deputati al relax. L’effetto finale, dopo qualche ascolto, invece di rilassare disturba, perché di fatto non sposta le coordinate compositive di 15 anni fa, presentando una fotocopia delle intuizioni e dei risultati già ampiamente sfruttati nei primi due album.
Anzi, la musica del Mali (pregevole e suonata da musicisti parigini conosciuti negli ultimi sei anni) non quadra con l’elettronica piaciona e che non corre alcun rischio (come invece aveva fatto il Nostro con i take “jack” di Detroit all’inizio della carriera). Le uniche due tracce che si staccano dalla media sono le strumentali (Mary L. e Forget Me Not), probabilmente pezzi su cui Navarre ha dovuto lavorare di più in termini di arrangiamento. Un disco di cui non avevamo bisogno, che si dimentica in pochi minuti. Un’occasione persa, purtroppo.
Amazon
