Recensioni

7.2

Le press photo che accompagnavano il precedente album della formazione Word and Music catturano tuttora, molto più di tante parole, il succo della proposta di una delle formazioni dance pop più amate e qualitativamente più importanti del Regno Unito degli ultimi vent’anni abbondanti. I tre volti sorridenti di Bob Stanley, Pete Wiggs e Sarah Cracknell catturati sullo fondo di nuvole cariche di pioggia è un po’ il leitmotiv della fase adulta del trio, iniziata idealmente con Tales From Turnpike House, che ha rappresentato il primo degli album a tema in cui il gruppo si è cimentato. Nella prova precedente, anch’essa ruotante attorno a un concept, la suggestione era potente e aveva prodotto un gran bel disco che aveva a che fare con il potere evocativo del pop, quello che ci ha stregato da adolescenti e quello che finisce, e finirà, per scandire le nostre vite e inevitabilmente i nostri ricordi. Per quest’ultimo Home Counties l’osservazione e l’approccio si spostano – con tanto di stacchetti radiofonici, annunci di treni, ecc… – su una giornata tipo di fittizi pendolari che percorrono le strade che portano dalla grande città e alla suburbia urbana, e viceversa. Quella dei suburbs è naturalmente una metafora che, anche solo citando l’omonima canzone dei Pet Shop Boys, possiede una fitta bibliografia alle spalle, non solo musicale ma anche letteraria e cinematografica. E questo, nondimeno, è uno di quei concept che si sposano alla perfezione con dei St Etienne al solito ispirati ed autoriali nella scrittura di variegate pop song, alcune più Sixties che ricordano i Byrds (Something New) o le camicie a fiori della British Invasion (Whyteleafe), altre più elettroniche a reimmergerci nel synth sound degli 80s o in quello dei primi 90s (l’elettro pop di Magpie Eyes), ed altre ancora sospese tra twang e profumi rinascimentali (Take It All In con tanto di clavicembalo).

Il disco è stato composto a stretto contatto con musicisti/produttori come Shawn Lee (Silver Fox), Augustus (Kero Kero Bonito), Carwyn Ellis (Colorama, Edwyn Collins), Robin Bennett (the Dreaming Spires), il solito Richard X (Girls On Top / Black Melody) e Gerard Johnson (Denim, Yes) in uno studio di Finsbury Park scelto appositamente per ricreare quel tran tran casa/lavoro che la tracklist vuole ricreare. Un lavoro che, come recita la nota stampa, abbraccia un insieme di suggestioni inerenti a una complessità di dettagli e situazioni come «le indistruttibili buste della spesa dei supermercati Waitrose, gli adolescenti annoiati nelle tipiche case a schiera britanniche che si inventano storie di fantasmi, i litigi nei parcheggi, Tony Hancock e Spike Milligan, i bulli di periferia».

Sono le sfaccettature di un disco ricco e gioioso che non manca di stendere lunghe ombre agrodolci su una disorientata (e divisa) Inghilterra post-Brexit. Rispetto a Word and Music, che toccava punte anche mainstream in zona Kylie Minogue (non a caso era stato coinvolto Tim Powell), Home Counties rappresenta una prova più pacata ma anche più avventurosa negli arrangiamenti, che vuole confortare senza far chiudere gli occhi all’ascoltatore, che non rinuncia all’uptempo (Underneath The Apple Tree) né si nega – discutibili, se vogliamo – disco caraibiche “da supermercato” (Dive). Senza troppi giri di parole, è l’ennesimo buon disco targato St Etienne che esce a 25 anni dall’esordio Foxbase Alpha. Peccato solo che dal vivo – vedi Primavera Sound – la band non riesca a risultare incisiva come nei dischi.

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