Recensioni

Concept album dalla genesi curiosissima, Trixies segna il ritorno degli Squeeze sul mercato discografico a nove anni dal loro ultimo lavoro, The Knowledge. Lo storico sodalizio Tilbrook-Difford (da molti in passato paragonato, forse incautamente, a quello Lennon-McCartney) decide di salire su una ideale DeLorean che li riporta concretamente indietro nel tempo, esattamente al 1974, e li convince a riprendere in mano il progetto di un album concepito quando i due erano ancora teenagers (rispettivamente 19 e 16 anni), ambientato in un nightclub immaginario dal nome “Trixies”.
Un’idea molto interessante che ci consegna un lavoro dalle sonorità un po’ glam, un po’ spooky, un po’ psichedeliche; con l’inconfondibile pop rock ancorato alla new wave a fare da sfondo, genere che li ha accompagnati sin dai loro esordi, ormai più di cinquant’anni fa. Canzoni affinate da mezzo secolo di stagionatura, cantate bene e prodotte meglio: un tuffo nel passato dal sapore indubbiamente vintage. Brani dal sound fortemente distante da ciò che il mercato, persino nelle sue espressioni più retrospettive, propone al giorno d’oggi.
Il viaggio inizia con uno dei momenti più psichedelici dell’album, ovvero What More Can I Say, perfetta opener dagli echi distintamente Barrettiani, per poi proseguire con le armonie vocali e i cori da british invasion di You Get The Feeling. Impossibile, poi, non notare le influenze di un album iconico che nel 1974 era uscito da appena due anni, ovvero The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars di David Bowie, all’interno del brano maggiormente intriso di Bowie di tutto il disco (persino nel titolo), ovvero The Place We Call Mars.
Dall’ingresso nel locale e la conseguente descrizione della vita notturna della Soho degli anni 70’, le pulsazioni intense di The Dancer ci immergono in atmosfere via via più cupe, con la protagonista che diventa lo sfortunato bersaglio di una platea misogina. Abilità autoriale, empatia non scontata per due adolescenti, ma soprattutto eleganza nelle melodie sfoggiate anche in Good Riddance. Il blues poliziesco di Don’t Go Out In The Dark offre poi lo scenario perfetto in cui raccontare una storia oscura: quella di un omicidio.
Prima del successo di Tempted ed Up The Junction, vi erano due ragazzini affascinati da tutto ciò che specialmente i loro conterranei stavano producendo, ovvero alcune tra le più importanti pietre miliari della storia del rock: i famosi “concept album”. Bramosi di imitarli, vogliosi di mettersi in gioco, li ritroviamo cinquantadue anni dopo con la stessa motivazione di allora. Il finale lo conosciamo già: quei due adolescenti sono riusciti a farsi notare per il loro talento e ad affermarsi a livello mondiale, ma la verve, la genuinità e la sana ambizione dei primi pezzi scritti insieme, emerge forse con più decisione della maturità di molte hit che li hanno seguiti. E questo, forse, legittima ancora di più l’intero progetto, rendendolo credibile ed autentico, oltre che originale.
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