Recensioni

Los Angeles, 1965: il giovanissimo chitarrista Randy Wolf ed il patrigno Ed “Cass” Cassidy – già batterista nei Rising Sons con Ry Cooder e Taj Mahal – formano la folk blues band Red Roosters. Il progetto è effimero, ma seminale: due anni più tardi nascono gli Spirit Rebellious (poi Spirit tout-court), ovvero Ed e Randy più Jay Ferguson (voce e percussioni), Mark Andes (basso e voce) e John Locke (tastiere). Prima però c’è una storia da raccontare: accade a New York, nel 1966, dove Randy e famiglia abiteranno per qualche mese.
Una sera il ragazzo entra da Manny’s Musical, un negozio di strumenti in 48th street, e lì incontra Jimi Hendrix, non ancora assurto al rango di leggenda ma già cosmicamente pervaso dal demone della Stratocaster. Con la naturalezza dei destini già scritti, finiscono per irretirsi l’un l’altro in un duello-florilegio di corde elettrificate: è un’autentica folgorazione, e il buon Jimi invita il ragazzino a suonare nei suoi Blue Flames. Seguono tre mesi di epici live act al café “Wha?” in Greenwich Village, durante i quali al giovane chitarrista viene appiccicato il nomignolo di “California” (fautore, sembra, Hendrix stesso).
Peccato che mamma Wolf considerasse Randy troppo giovane per seguire Jimi nella tournée inglese (da cui sboccerà tutto ciò che sappiamo), altrimenti chissà… Di lì a poco il ritorno a Los Angeles, dove in breve nascono gli Spirit, all’esordio con un album omonimo (Spirit, 1968) straordinariamente in bilico tra suggestioni jazz, asperità blues e inesplicabili arredi “classici”. A dispetto delle vendite non eccelse, l’attività live sarà intensa e non priva di soddisfazioni: tra i loro estimatori troviamo sicuramente i Led Zeppelin, compagni di scaletta di qualche show, che si innamoreranno in particolare di Taurus, un breve strumentale a firma California cui mister Jimmi Page palesemente si “ispirerà” – diciamo così – per il celebre intro di Stairway To Heaven.
Ma passiamo oltre: è il 1969, gli Spirit realizzano il secondogenito The Family That Plays Togheter, ed è un autentico capolavoro. La prima traccia, I Got A Line On You, ha il piglio irresistibile dell’evergreen: il riff di piano e uno scorrazzare percussivo beat chiariscono subito il livello della “febbre”, poi ecco l’arrotolarsi corposo del basso, la voce di Randy tra l’aspro e il sanguigno, la sua chitarra che ritaglia sustain diluiti e lubriche pennate funky tra lo spumeggiare adrenalinico dei cori. Davvero niente male. Quindi, senza soluzione di continuità, una delicata frase di piano elettrico ci accompagna tra le lusinghe di It Shall Be, diafano sovrapporsi di flauto, archi e ottoni attraverso il palpitante svolgersi della melodia, praticamente un inno pacifista in incognito, l’anima allibita di fronte all’ecatombe del Vietnam.
L’impasto sonoro è inaudito, ancora oggi particolarissimo: l’epica inafferrabile e profonda del folk-blues incontra, assimila, rielabora l’estetica pop “colta”, al punto che sembra di galleggiare in una sorta di fiabesco rurale, come negli stranianti quadretti di Poor Richard (rhythm and blues nebbioso, l’impertinenza smussata di basso e piano, vocalismi da Beach Boys in acido) e Silky Sam (soul obliquo e cangiante, il canto – di Ferguson – sinuoso, i fiati che spingono, le dilatazioni degli archi, l’intarsio puntuale della chitarra).
La successiva Drunkard è un tuffo nell’indolenza soffusa di flauto e viole, appena perturbata nel finale da una nervosa incursione di batteria, mentre Darlin’ If chiama in causa sapori folk rock per dare vita ad una ballad straordinaria, niente da invidiare alle contemporanee meraviglie targate The Band: dal sussurro introduttivo di chitarra al tambureggiare lieve, dallo struggimento soul del canto ai sussulti di piano, fino al crescendo emozionale del fraseggio sul mesto montare degli archi, è uno di quei momenti in cui l’ascolto riesce – magnificamente – a fermare la vita.
It’s All The Same nasce su un bel riff di batteria dell’imprendibile Cass, che in effetti funge da nerbo di tutta la struttura assieme agli arabeschi fiammeggianti di un California in stato di grazia, mattatore (nonché autore) anche della curiosa Jewish, sorta di kaddish stralunato che decolla in uno spaziale jazzy rock, la cloche tenuta bene in alto dal piano elettrico e dalle solite sei corde benedette dal cielo. Il capolavoro del disco porta però la firma di Ferguson, apposta su una vibrante Dream Within A Dream, che è un po’ come se la psych irrequieta dei Jefferson Airplane, la visionarietà sospesa degli Ultimate Spinach e le apocalissi frastagliate dei Van Der Graaf Generator si incontrassero al crocevia dei sogni smarriti: il piano piange, ride e porta la croce, le corde friggono, scoppiettano, decollano per derive taglienti, il basso incalza e riverbera vischioso, la batteria ricama tutto il ricamabile, i cori e la voce sono un bellissimo peana laico sull’altare dell’ultima speranza possibile.
Subito dopo ci accoglie l’etereo profilo di She Smiles, come un errebì in fiore che si appaga ed esaurisce attorno ad un limpido giro melodico, prima del gran finale immerso nel vigore capriccioso di Aren’t You Glad, dispositivo degno dei Traffic più spuri, la struttura che si dipana sorniona e stranita (chorus? verso? bridge?), l’alternarsi scellerato di stilemi blues, jazz e hard rock tra archi e ottoni dal felice retrogusto Love, e soprattutto quella coda che ci regala il gig più ambizioso di Randy: aspro, onirico, furioso saettare di estasi e tormento. Fantastico.
Gli anni successivi porteranno Clear (1970) e soprattutto The Twelve Dreams Of Dr. Sardonicus (1971), il sound irrobustito e la scaletta illuminata da un potenziale singolo sbranaclassifiche (Nature’s Way). Ma non servirà: le vendite maledettamente moderate saranno la causa dell’ennesima mesta storia di scissione e sogni infranti. Ancora più triste è poi il modo in cui tutto finisce, perché dopo una vita passata nel sottobosco delle collaborazioni, e proprio quando sembrava aver ritrovato la voglia di stupirci, il mare inghiotte Randy California. E’ il 1997: del suo corpo, nessuna notizia. Del suo spirito, invece, certo che sì…
Amazon
