Recensioni

7.3

L’ultimo album in studio risaliva ormai a una decina d’anni fa. Poi, più che un vero e proprio scioglimento ufficiale, vi fu un lungo intervallo, durante il quale Josh Haden (notoriamente figlio del contrabbassista Charlie) ebbe modo di confrontarsi con una carriera solista, invero abbastanza mediocre, risolta nell’arco di un unico album nel 2007 (Devoted). Il ritorno degli Spain, quindi, raccolte a parte, può considerarsi piuttosto inatteso.

Così come inattesa è la qualità dell’opera. Perchè The Soul Of Spain, ad onta dei leciti sospetti che si possono nutrire nei confronti delle reunion, è un album splendido, che conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanto i nostri siano portatori di un verbo che è distante da qualsivoglia scena, genere o sottogenere indie. Allo slow-core, al quale vennero forzatamente accostati ai tempi del loro esordio (con Codeine, Red House Painters, Low, Bedhead), in virtù di una spiccata inclinazione per i tempi dilatati e la battuta lenta, oggi risponde un suono rotondo, caldo e pieno, cantautorale, che si fa voce di una tradizione americana che da Tim Hardin arriva sino ai Lambchop. Quella cioè, che riconosce le proprie radici tanto nel country quanto nella musica nera.

Questo album, forse, va inteso come una sorta di rinascita, l’inizio di un nuovo percorso, più certo rispetto a lavori come I Believe. In questo senso andrebbe letto sia un titolo che richiama il loro primo disco (The Blue Moods Of Spain), sia una copertina che riconferma il loro artwork abituale: omaggio alla Blue Note, per via di figure femminili in abiti da sera su sfondi neri da jazz club.

L’anima, il credo, i sentimenti: i temi che affronta la penna di Haden sono gli stessi da sempre e si traducono in ballate intense (Falling, Hang Your Head Down Low) e toccanti (Only One) nella loro estrema semplicità: come il canto da cowboy di Without a sound (I hear the leaves rustling/ I hear the thunder rolling in/ But your love came strolling in/ Without a sound) o il gospel di Sevenfold (Take me where they made that find/ Bring me my old .45/ When they turn their backs they’re gonna die/ To heaven their souls will fly), che sono fiumi di pacata malinconia; così come I’m Still Free è, invece, un’amara lettura della contemporaneità in un ottica tutta U.S.A. che certo a qualcuno, sottoscritto compreso, può far storcere un po’ il naso (Our flag still waves in the dusk/ Who do you trust? […] Here’s a salute to the old stars and stripes). Intorno, sono arrangiamenti fatti d’accordi pieni, chitarre, organi, pianoforti, archi, batterie appena sfiorate e tempi medi sempre entro le righe. Il blues elettrico di Miracle Man risulta un po’ fuori luogo, mentre le circolarità della ninna nanna I Love You, con i suoi fraseggi di chitarra jazz ed i suoi piatti spazzolati, oltre a fare da trait d’union ideale col passato, si impone come il brano più bello della raccolta.

In quella metà dei ’90 in cui emersero, furono considerati, anche giustamente, un po' controversi. Alfieri di una certa classicità in combutta con un conservatorismo (riconducibile al motto: Dio, patria e famiglia) che non piaceva alla scena indie più progressista sia sul piano musicale che su quello ideologico, furono amati ed odiati in ugual misura. Nondimeno, a un certo punto anche loro rappresentarono l’attualità indipendente a stelle strisce: quella del post grunge, del ritorno al cantautorato e dell’alt country di Palace, Smog et similia. Oggi quei tempi sono lontanissimi e delle ideologie non importa più nulla a nessuno ma, se quella vena quietamente sperimentale negli anni è del tutto sparita – e lo era già ai tempi di She Haunts My Dreams -, la scrittura dei nostri ha comunque raggiunto un’eccellenza che forse non aveva ancora toccato, seppure in una variante folk tradizionalista.

A margine, colpisce, invece, come la voce di Josh dopo vent’anni sia rimasta praticamente inalterata.

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