Recensioni

Dopo aver messo in evidenza le buone qualità arrangiative e di blending tra elementi folk-rock (chitarra, batteria, piano) e sintetici (synth, drum machine, tape loop) nel debutto She Was Coloured In nonché averci moderatamente conquistato con la dedizione ai 70s tra soundtrack, tardo prog e kraut rock, dal duo irlandese Solar Bears – il cui nome è ispirato al mitico Solaris di Andrei Tarkovsky – ci aspettavamo un ritorno maturo sia in termini di mezzi (l’incisione) che di coerenza e sviluppo di un immaginario già piuttosto riconoscibile.
Così è stato. I due studenti di ingegneria del suono John Kowalski e Rian Trench rispondono all’appello con fermezza, passando un anno tra uno studio professionale nelle Wicklow Mountains e la prova su strada delle nuove tracce in una serie di show in condivisione con una band composta da membri di semisconosciute formazioni quali I Am The Cosmos, Jape, Ships, Great Lakes Mystery (con tanto di visual alla UFO Club). Il sound ne risulta arricchito fin dalla opener Stasis, dove si respira l’influenza del masterpiece elettro-vintagista Moon Safari (AIR). La scelta dei francesi, oltre che perfettamente in linea con il gusto dei nostri, è rimarcata dal guesting di Beth Hirsch (che in quell’album ha cantato) nella folky Our Future Is Underground e dall’altra presenza nel disco, sul lato più prettamente pop, di Sarah P dei Keep Shelly di Athens nella spacey idm-tronica di Alpha People.
Supermigration, del resto, se deve citare lo fa con intelligenza: negli intermezzi strumentali easy listening Love Is All e You And Me (Subterranean Cycles) tornano utili le revisioni 60s psych / library music dei Broadcast e del giro Ghost Box, l’indietronica macchiata wave à la Andy Weatherall caratterizza The Girl That Played With Light, la tipica IDM dei primi novanta rivive negli armonizzatori di Komplex.
Non manca – e come avrebbe potuto – l’immersione nel puro synth sound cinematico dei 70s sul lato motorizzato à la K-X-P (Happiness Is A Warm Spacestation, A Sky Darkly), ma forse il grande assente è il classico quid, ciò che distinguerebbe questo lavoro di più che buon artigianato da un album memorabile. Sicuramente il sovraffollamento delle produzioni di settore dell’ultimo quinquennio incide negativamente sul giudizio finale, anche se parliamo comunque di un album che regalerà soddisfazioni agli aficionado del kraut synth.
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