Recensioni

L’enfant terrible del pianoforte è tornato con un nuovo disco che fin dal titolo si configura come un dialogo con il proprio pubblico. Una lunga lettera suddivisa in 18 capitoli che è contemporaneamente una meditazione sui luoghi – come già avveniva per il suo precedente Planet Gold (uscito nel 2020) – e un pensiero sulla musica come strumento di riflessione, ma sempre a due, in costante rapporto tra chi suona e chi ascolta. In fondo, se non ci fosse nessuno ad ascoltare, la musica esisterebbe allo stesso modo? Se la musica è un linguaggio che permette di esprimere quello che le parole non riescono a dire – per rifarsi a un topos caro ai compositori classici – avrebbe senso se, per esempio, Sofiane Pamart fosse l’unico essere umano rimasto sulla Terra e non ci fosse nessuno altro con cui dialogare attraverso i tasti del pianoforte?
In questi anni di limitazioni, di lockdown, di allontanamenti forzati, Pamart ha deciso di preparare il proprio messaggio nella bottiglia e lasciarlo alle onde del mare. Ma con le antenne tutte aperte, tese a percepire anche il più piccolo segnale di feedback, qualsiasi eco di risposta dovesse arrivare dall’altra parte del dialogo. Come a dire: io ho cominciato una conversazione e voi che mi ascoltate non potete rimanere indifferenti di fronte a ciò che dico. Perché, almeno un po’, sarete entrati in contatto con il mio messaggio, con me autore/musicista/artista e – necessariamente – sarete entrati nella lista di coloro che rendono sensato il mio fare musica.
Prendete il brano di lancio, Love, sorretto anche da un video languido e crepuscolare. È un brano che si posa su una linea melodica chiara e cristallina, ma che porta dentro altri discorsi, altre storie, altre musiche che la innervano, dandole la sostanza più profonda di cui può essere fatto un amore, spesso più una questione di atmosfere, di echi, di impressioni ed emozioni che non passano per la verbalizzazione. È così che prende forma il singolo brano, ma anche tutta questa lunga lettera che si compone dei titoli dei 18 frammenti: «Dear public, your love saved me from solitude forever sincerely Sofiane. P.S. I wrote this album in Asia».
Sul piano musicale, Letter è costruito su riferimenti alla musica europea (con echi di Erik Satie e del primo Yann Tiersen). Si basa soprattutto sulla forza delle linee melodiche e delle piccole variazioni, in forme libere che sembrano stare a metà strada tra il romanticismo delle sonate di Schubert e il neoclassicismo di Ludovico Einaudi. Ma nascondono forse anche qualcosa dell’altra vita di Pamart, quella del collaboratore di mezza scena hip hop francese. A volte si ha quasi l’impressione che una linea melodica, soprattutto quando suonata dalla mano destra, sia quasi una versione pianistica di una improvvisazione free flow (per esempio in Saved). Altre volte , in quel ipotetico tentativo di autoritratto che potrebbe essere I, sembra quasi che la sinistra cerchi la parte bassa della tastiera come se fosse il beat che sostiene il rap della destra.
Letter è un disco emotivo ed emozionale, fatto come le conversazioni di tanti suoni che si confondono presto con il rumore di fondo. Ma come in tutte le conversazioni davvero tali è cosparso di frammenti, celle melodiche, emozioni e colori che ritornano alla mente di tanto in tanto. Anche a distanza di tempo dall’ascolto. Come se l’eco della conversazione che – necessariamente – abbiamo avuto con Pamart si diventata un piccolo pezzetto anche di noi. Domani ce ne dimenticheremo, o forse no. Ma l’importante è che abbiamo parlato.
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