Recensioni

6.9

Torna il punk di Orange County, torna la furia nichilista dei Social Distortion. In quasi mezzo secolo di carriera, Mike Ness e soci sono sempre stati parchi in tema di album pubblicati, ma stavolta hanno esagerato. Dall’ultimo lavoro in studio prima di questo Born To Kill erano passati quindici anni, il più lungo arco temporale intercorso tra un disco e l’altro della band californiana. Chiaramente il cancro alle tonsille diagnosticato al leader e fondatore nel giugno 2023, male da cui Ness al momento sembra fortunatamente guarito, ha avuto una certa parte di responsabilità per il ritardo nei lavori; però fossero stati anche solo 12, gli anni di distanza da Hard Times and Nursery Rhymes, si sarebbe trattato ugualmente di un record. Da qui l’attesa e la curiosità generalizzate per l’ottava fatica lunga della mitica sigla.

“Born To Kill” non è però un’operazione nostalgia né un patetico tentativo di autocelebrazione da parte dei Social Distortion, formazione sì cresciuta nell’orbita della scena punk/hardcore californiana delle origini, ma mai davvero identificabile come uno dei suoi vertici “ortodossi”, avendo da subito deviato verso una grammatica più rock’n’roll e roots.

Ad ogni modo, nel contesto socio-politico attuale, la sua furia anti-sistema, la collera catartica e quell’aggressività “ottimista” suonano quanto mai provvidenziali (anche se la politica non è oggetto di trattazione esplicita del disco). Undici tracce per poco meno di tre quarti d’ora di pura rigenerazione punk: tre accordi e una tensione che si fa verità, rabbia iconoclasta e riff che si incollano in testa fin dal primo ascolto, tra disincanto, disprezzo e una sfacciataggine tipicamente “di casa”, trasmessi per mezzo di saettate elettriche cariche di energia, passione e brutalità.

Nella title-track, Ness, unico componente rimasto del nucleo storico, si dichiara nato per uccidere, un rock ‘n’ roll animal come quello coniato da Lou Reed, che è sempre stato uno dei suoi numi tutelari (il disco dei SD che quest’anno ne compie trenta tondi si intitolava White Light, White Heat, White Trash, tanto per dire) al pari di Iggy Pop, citato più avanti («The agenda is, yeah, to search and destroy»). Ma quanto a efferatezza non sono da meno pezzi come No Way Out e Walk Away (don’t look back) che, da un’ottica sghemba e disadattata, sputano fuori tutto il malessere del mondo.

Resta però la vena melodica, seppur aspra e inquietante, la cifra dominante del quartetto e lo confermano passaggi come The Way Things Were, Tonight, Partners In Crime (il rock ‘n’ roll suicide presente nel testo è chiaramente un altro omaggio, stavolta a David Bowie) e Don’t Keep Me Hanging On, che dipanandosi nel classico stile del combo fanno capire quale aria, a suo tempo, abbiano respirato agli esordi gruppi in seguito molto più acclamati come Green Day e Offspring, tanto per dirne due.

Non mancano tuttavia sorprese come Crazy Dreamer, bluesaccio sgangherato dal fiato alcolico, e una cover ovviamente rivisitata di Wicked Game di Chris Isaak, qualcosa di molto simile a quanto Ness e i suoi fecero con la loro celebre versione di Ring Of Fire di Johnny Cash nel 1990. Da allora sono passati 36 anni e il fuoco di questi residuati punk col colpo sempre in canna brucia ancora, anche se magari non formerà un cerchio perfetto. Del resto loro la distorsione ce l’hanno nel nome.

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