Recensioni

Quando è uscito Lush, l’album d’esordio, Lindsey Jordan, in arte Snail Mail, aveva solo 18 anni. Il disco era concepito come un’operazione di recupero del sound indie-rock 90s, targato USA. Suonava fresco, ma decisamente poco originale. Eppure la potente macchina retromaniaca del circuito indie e l’occhio attento di Matador Records ne avevano fatto un caso, mettendola al centro di una piccola fama e paragoni di lusso (Courtney Barnett, Fiona Apple, Liz Phair). Un bel peso da dover gestire che si è risolto in un rehab, in Arizona, a seguito di un breve tour internazionale.
Il periodo di ritiro si è rivelato l’ideale premessa del nuovo lavoro (oltre che per la press release). Registrato nello studio di Brad Cook, Valentine setaccia gli stati di un amore, dalla passione iniziale alla disperazione della perdita, dalla gelosia all’invidia, dalla rassegnazione alla rabbia. E lo fa traslando l’indie rock chitarristico del debut verso un pop melodico e contaminato, che strizza l’occhio a un pubblico generalista senza perderci in afflato e sfumature.
Alcuni brani sono pensati per essere in perfetta continuità con l’album d’esordio, mantenendo un tessuto più ruvido e un’indole più rock. Glory, in particolare, con un’energia che potrebbe sprigionare il più classico dei power trio, sembra nutrirsi da una parte di quella passione originaria per Pixies, Sonic Youth e Replacements e, dall’altra, della rielaborazione di quel sound effettuato da band più contemporanee come Girlpool e Waxahatchee (quest’ultima amica e collega di Jordan). Stesso discorso per Automate, che incarna l’anima noise e malinconica del disco con rullante battente, chitarra fuzzata e una voce in perfetto stile lamentoso a sottolineare la rassegnazione della cantante: «I guess I couldn’t keep her fire out».
Il lato più intimo di Valentine è costituito da Light Blue, una ballata dal gusto folk, pensata sui binomi chitarra acustica-voce e piano-viola. È il brano in cui la sensibilità di Jordan esonda sul versante della vulnerabilità e della purezza dei sentimenti; in definitiva, è un pezzo che dà dinamica al disco. Della stessa pasta sono fatte c.et.al. e Mia, brani in cui il sad-core di routine si trasforma quasi in folk tradizionale. Qui tecnica e lirismo vanno a braccetto e questa non è una qualità da poco.
Il bello arriva con le canzoni più orecchiabili e radiofoniche: la title track, innanzitutto, un buon compromesso di influenze 90s a metà tra le Hole di Celebrity Skin e la Alanis Morissette di Ironic, sbalzi emotivi e urgenza rock ben equilibrati per un brano che rimane ben impresso. Idem per Ben Franklin – con il feat. di Waxahatchee, uno degli episodi più freschi e riusciti dell’album grazie a un mix di groove sintetico, basso dubby e cadenze Hip Hop altezza cLOUDDEAD. Gli accordi di chitarra elettrica non distorta della intima Headlock fanno venire in mente qualcosa fra i Cranberries di I Can’t Be With You e This Mess We’re In di PJ Harvey. E buono pure Forever (Sailing), il pezzo più audace del disco: un solare trip hop Lorde/Antonoff altezza Solar Power con il riff di chitarra incastonato fra i versi cantati, e una coda in pieno stile soul/r’n’b.
I punti cardinali di Valentine sono ben a fuoco: è un disco omogeneo che non rinuncia a diversificare l’offerta, con una buona produzione affidata a Brad Cook (Waxahatchee) oltre che alla stessa songwriter che, dalla sua, snocciola con facilità i propri sentimenti in efficaci melodie. Rimane, è vero, la sensazione di un disco che abbia fatto dei compromessi, che arrivi il più delle volte studiato e patinato piuttosto che vivo e urgente come le tematiche di un giovane cuore parrebbero far supporre. Sia come sia, una buona seconda prova lunga, in attesa di una conferma a tutto tondo.
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