Recensioni

“Tutt’a un tratto capì come ci si poteva servire della matematica per svelare i misteriosi processi del pensiero umano”. È l’intuizione che un pomeriggio, all’improvviso, si materializza in un campo nei pressi di Doncaster a George Boole. Lo scrive Benjamín Labatut in Maniac, che ha esercitato una potente influenza nei dipinti concepiti da Thom Yorke e Stanley Donwood per Wall of Eyes, il secondo album degli Smile.
Yorke non riesce a spiegarsi il motivo, ma leggendo quella frase si ha la sensazione di poter decifrare la formula del legame chimico tra il cantante dei Radiohead, Jonny Greenwood e Tom Skinner. Una condizione che si verifica puntualmente a ogni loro concerto.

Due anni dopo averli visti per la prima volta dal vivo, la sensazione rimane la stessa: un’esibizione matematica dalle cui crepe filtra un flusso di pensieri umano. Con la libertà di scrollarsi di dosso la mitologia dei Radiohead e l’impossibilità di riprodurre per numero di elementi il muro sonoro degli Atoms For Peace – ma ci provano, suonando Feeling Pulled Apart by Horses, che connette lo Yorke solista e il supergruppo dietro Amok – o le composizioni del Shye Ben Tzur and the Rajasthan Express, gli Smile condensano esecuzione chirurgica e calore analogico. Tom Skinner accelera l’ibridazione di jazz e poliritmia, modellati nelle esperienze con Sons of Kemet e Owiny Sigoma.
Reduci dalla loro esibizione al Medimex, i tre, con il supporto di Robert Stillman ai fiati e James Holden in apertura, si lanciano nella due giorni alla cavea dell’Auditorium Parco della Musica. La inaugurano in una pigra domenica romana che sospira per la tregua dal caldo.
Venti brani, un’ora e quarantacinque minuti, scaletta tirata e poco spazio all’interazione, come d’abitudine. Yorke che ormai da più di un decennio prova piacere a stare sul palco, scimmiottando la guida terrestre per le rockstar, Jonny Greenwood che è uno spettacolo nello spettacolo – a un certo punto suona con una mano l’arpa e con l’altra il pianoforte. Skinner unisce la potenza al rigore, non dimenticandosi di dipingere atmosfere indefinite con le sue dinamiche.
Ormai, per chi ha visto più volte esibirsi questi musicisti nelle loro varie formazioni, la precisione non sorprende quasi più. Solo su Feeling Pulled Apart by Horses c’è stata un po’ di indecisione, soprattutto di Skinner. Ma, anche qui, quasi impercettibile. I brani degli Smile, invece, rimangono perfetti: dalle sferzate di You Will Never Work in Television Again alla dolcezza struggente di Teleharmonic, che ha rapito anche un attento Harry Styles in tribuna. Probabilmente, soprattutto per la splendida performance vocale di Yorke, in stato di grazia, nonostante il passare degli anni.
La verità è che vedere musicisti bravi che si divertono a suonare, ed è questo il loro principale obiettivo, è incantevole. Farti muovere su tempi che molto di rado seguono il canonico 4/4 è una piacevole incoerenza. Buttare un occhio ai musicisti nostrani in tribuna intenti a contare i tempi dei brani – “un undici ottavi!”-, registrare spezzoni di concerto o far ascoltare in chiamata una canzone come membri di un fanclub, può dare un’idea dello standard che Yorke e chi orbita attorno a lui hanno fissato da tempo. Uno standard che si preoccupa soltanto di un elemento: il suono.

C’è, però, di più. Anzi, nello specifico, un brano. Don’t Get Me Started. Hanno cominciato a suonarlo a marzo e non è stato ancora pubblicato. È probabilmente il più bello che gli Smile abbiano mai scritto ed è il motivo per cui, a fine concerto, più che chiedersi quando i Radiohead si muoveranno a fare un nuovo disco, si domandano se non sarà anticipato dal seguito di Wall of Eyes. Sicuramente, a distanza di quasi tre decenni, quel fittier happier more productive suona molto più rassicurante.
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