Recensioni

8.5

Definire Reign in Blood come il miglior album thrash metal di tutti i tempi, a più di trent’anni di distanza, è riduttivo. Il terzo lavoro degli Slayer, infatti, non si limita a cogliere pienamente e magnificare i tratti di una sottocultura musicale: ne sfonda i confini stimolando nuovi sviluppi, e, allo stesso tempo, definisce per sempre il suono dei propri autori. Le canzoni che lo aprono e lo chiudono, Angel of Death e Raining Blood, sono presenze fisse nelle scalette live del quartetto californiano e nel cuore dei metalhead, e tutto il disco viene costantemente citato da generazioni di musicisti come fonte di ispirazione e pietra miliare indiscutibile. Anche oggi ascoltarlo vuol dire essere travolti per 29 minuti da suoni aggressivi a oltre 200 bpm, su cui si sviluppano racconti realistici e agghiaccianti, molto più impressionanti delle liriche occulte e sataniste dei precedenti Show No Mercy e Hell Awaits. I fili spinati di riff e assoli ideati da Jeff Hanneman e Kerry King trovano la perfetta e diabolica congiuntura tra la concisione del punk hardcore e le ultratecniche aggressioni del metal: non a caso le canzoni qui durano mediamente meno di tre minuti l’una contro i cinque del disco precedente. Tom Araya sostiene con il suo solido basso i folli nervosismi dei compagni di band, autori anche di tutti i testi da lui interpretati: a differenza delle urla non sempre comprensibili dei primi album, qui i suoi testi si sentono tutti alla perfezione. Sono altrettanto chiari all’udito, e per questo ancora più sbalorditivi, i ritmi forsennati tenuti da Dave Lombardo, che spiccano nel mix e fanno da spina dorsale a uno stile che rimarrà pressoché identico per tutta la storia della band.

Si sono spesso rincorse leggende su quanto le canzoni dell’album siano state cambiate in studio, ma in realtà i demo dimostrano che tutto era già scritto prima di entrare negli Hit City West di Los Angeles, compresi i pattern di batteria, appuntati da Hanneman e King con una drum machine. Tuttavia, quando si parla del suono di Reign in Blood è obbligatorio citare un ingegnere abile, ma con poca esperienza in campo rock e nessuna in campo metal, Andy Wallace, e un produttore di soli 23 anni, che si è stancato di lavorare (pur con estremo successo) solo in ambito rap. Si chiama Rick Rubin e meno di un anno prima ha visto la band dal vivo a New York preceduta da Megadeth e Bad Brains, ma dirà più volte che in quella sera di settembre del 1985, per lui, esistevano solo gli Slayer. Li conosce personalmente un paio di mesi dopo nel camerino di un club: la band lascia la Metal Blade per approdare alla Def Jam di Rubin, distribuita CBS. Anche gli Slayer, in qualche modo, “passano” a una major, come già avevano fatto i Metallica con Elektra: meno di un anno dopo, le grandi etichette “prederanno” il grunge, che per molti versi aveva scalzato il thrash dalle preferenze dei teenager soprattutto grazie a Nevermind, mixato da chi? Ma da Andy Wallace, naturalmente.

Tornando a Reign in Blood, l’idea produttiva principale di Wallace e Rubin è tanto semplice quanto rivoluzionaria per l’epoca e l’ambito: togliere agli strumenti e alla voce qualsiasi eco e riverbero, a parte rarissime eccezioni, per ottenere un suono diretto, frontale e martellante. Allo stesso scopo, la batteria viene microfonata da vicino in lunghe session di registrazione, che seguono quelle di basso, voce e chitarre, durante le quali il produttore/trainer/santone ripete al musicista: “Va bene, ma puoi fare di meglio”. Questo minimale mantra, rinforzato non da droghe (ennesima leggenda metropolitana), ma da Gatorade e caramelle, è efficace. Basti pensare al leggendario break di sola doppia cassa in Angel of Death, dove Lombardo mette a segno 28 colpi in tre secondi netti, prima che si scateni nuovamente l’inferno. Per dirla con le parole di Wallace: “L’idea era più o meno quella di fare sentire l’ascoltatore come se fosse in un match di pugilato e venisse costantemente picchiato in faccia”. E in effetti è proprio così, sin dall’apertura: senza alcuna intro, chitarre e basso iniziano a ronzare velocissimi, mentre la batteria di Lombardo non si tiene su piatti e tamburi, fino a esplodere. Dopo venti secondi l’urlo di Araya (aggiunto in post produzione) irrompe sulla tempesta di riff, che aumentano ancora incredibilmente di ritmo prima che il bassista di origini cilene pronunci le prime, famigerate parole del disco: “Auschwitz, the meaning of pain / The way that I want you to die”. E cominciano i problemi. La CBS, infatti, ha numerosi soci di maggioranza ebrei e non se la sente proprio di distribuire un album aperto dal crudo resoconto degli orrori del medico nazista Josef Mengele, spesso declinato in un delirante racconto in prima persona. La questione, tuttavia, non tange la Geffen: l’etichetta, che pure ha un presidente ebreo (come lo è la famiglia di Rubin, del resto), decide senza problemi di distribuire Reign in Blood, ovviamente con il suo bel “Parental Advisory” a “deturpare” la splendida e inquietante copertina creata da Larry Carroll.

Mengele, infatti, è solo il primo personaggio di una galleria popolata di serial killer, malati mentali, sadici e violenti di vario tipo, con qualche interessante eccezione. Se è la sola Altar of Sacrifice a riprendere i temi satanici, Epidemic racconta di un’umanità decimata da un catastrofico morbo, mentre Jesus Saves attacca l’establishment religioso e i suoi fedeli. Altrettanto notevoli sono i versi di Reborn: Araya si mette nei panni di una strega sul punto di andare al rogo nell’unica canzone nel repertorio degli Slayer che adotta un punto di vista narrativo femminile. Reign in Blood sperimenta con il contenuto dei versi, ma sono le performance stellari di Tom Araya a esaltarne la musicalità. Il cantante affila parole crude e precise pronunciando ogni singola sillaba con rabbia: contribuisce così a creare il senso claustrofobico di un album dalla furia ingovernabile, che gioca con l’ascoltatore come farebbe un gatto sotto anfetamine con un topo. Al posto di zampe, denti e artigli, ci sono riff che cambiano aspetto di continuo, in processo creativo metamorfico, disorientante e senza tregua, ma anche gli stupefacenti assoli elaborati da Hanneman e King. Le loro chitarre superano urlando schemi pentatonici e cromatismi per arrivare alla pura astrazione, concentrano decine di idee in manciate di secondi, legando gli assoli all’interno di ogni canzone secondo un climax che replica quello dei riff: insomma, per colpire durissimo usano la tecnica con intelligenza, non ne fanno sfoggio. Ad esempio, le spirali elettriche di Piece by Piece si avviluppano una sull’altra come pensieri malati e contorti per due minuti, senza neanche un assolo. Finisce all’improvviso anche Necrophobic, mentre una delle delizie produttive di Rubin e Wallace è l’unione di Altar of Sacrifice e Jesus Saves: questa accoppiata in scaletta è il massimo dell’ironia che si concede il disco, terribilmente serio dall’inizio alla fine, eppure ancora oggi del tutto credibile.

Il lato B comincia con il celebre e inquietante tintinnio sui piatti di Criminally Insane, dove i due axemen scolpiscono riff all’unisono, massicci e insistenti: sono invece le loro armonizzazioni a creare la gabbia della successiva Reborn. Anche Epidemic ha un’intro di batteria, ma c’è giusto il tempo di una corsa sui tamburi prima dell’entrata di basso e chitarre: riff e assoli si intersecano e si trasformano l’uno nell’altro con una fluidità fuori dal comune. Con Postmortem si entra nello splendido dittico finale di Reign in Blood: i pensieri e le azioni di un suicida sono accompagnate da stacchi violentissimi e mutazioni ritmiche rutilanti che non concedono spazio neanche a un assolo, al massimo a qualche riff velocissimo e isolato. Il caos si conclude con una nota tenuta di chitarra, su cui scoppia improvvisamente un tuono: è cominciata una nuova traccia, ma non c’è alcuna soluzione di continuità con quella precedente. Sembrerebbe un momento di respiro, seppur sfregiato da qualche lontano armonico di chitarra, ma dal 1970, quando uscì Black Sabbath, sappiamo che la pioggia non promette nulla di buono se associata al metal, figuriamoci quando dal cielo cade sangue.

Raining Blood è l’unica possibile conclusione di Reign in Blood, non solo per una mera assonanza fonetica. Solenni come i colpi del destino nella Quinta Sinfonia di Beethoven, le potenti terzine sul tom risuonano per otto volte, prima che un altro tuono inneschi uno dei riff più famosi della storia del metal. È solo l’inizio di un nuovo e inarrestabile fluire di idee, ancora una volta sviluppate a velocità crescente, che sfocia in un minuto scarso di assoli deliranti, interrotti di punto in bianco da un ultimo tuono e dal fruscio tombale della pioggia, che chiude definitivamente l’album. In mezz’ora scarsa Tom Araya, Jeff Hanneman, Kerry King e Dave Lombardo hanno estratto l’essenza più seria e oscura del thrash, dando da riflettere non solo alla nascente scena death. Le scorribande atonali di alcuni assoli, i testi spietati, i perfetti incastri ritmici, le mitragliate di doppie casse, le rutilanti invenzioni che ci sono in questo album, infatti, diventano modelli per decenni di musica estrema in senso ampio. Nel 1986 non esisteva nulla di così veloce e brutale come Reign in Blood: le band da allora si sono avvicinate alle idee e alle concezioni radicali espresse in queste dieci tracce, Slayer compresi, sono tuttora pochissime.

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