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6.8

Pop music di terza generazione trasmessa con mezzi di fortuna, raccolti su un’isola deserta in un non meglio specificato punto del globo terrestre. Git è un segnale radio disturbato, una frequenza aliena che capta corpuscoli electro Super Collider, particelle funk tra Prince, Michael Jackson e Jay Kay, e propensione Animal Collective alla destrutturazione dei generi. Una trance di 38 minuti appena, nata dalla fervida immaginazione di Matt Mahlan, uno dei fondatori del Shinkoyo Record, etichetta in cui gravitavano un numero variabile di musicisti che, con il tempo e le esperienze live, si sono trasformati nella sua band di supporto – nei precedenti Everybody Dance With Your Steering Wheel (Autoprodotto, 2002), Life And The Afterbirth ( Shinkoyo, 2003) e I’m At The Top Of The World ( Shinkoyo, 2004) il Nostro si era limitato a fare tutto da solo, in casa propria.

Un disco straniante, che può essere preso sottogamba se non gli si dedica un ascolto più approfondito: solo così, infatti, si percepiscono i richiami ad un terra lontana come l’Africa, con le ritmiche insistenti e primordiali (See The Way, Y’all Thinks It’s Soo Easy con in coda dei Funkadelic psicopatici), gli ammiccamenti a certa improvvisazione jazz (le sincopi spezzate da chitarre nervose e stridenti di We Won’t Be Proud, No No No), la tensione verso un pop che è soul ma anche funk (i Sea And The Cake in un viaggio interstellare di There Are Seagulls Who Live In Parking Lots, con il falsetto di Mahlan cugino stretto di Prekop), i cortocircuiti sintetico-umani (la raffica di laser e percussioni di You’da Been Better Off If e la sirena marziana di There’s A Fly In Your Soup And I Put It There).

Un eclettismo che lascia spiazzati, una schizofrenia coesa che sorprende piacevolmente, una concezione del pop che contiene tutto e il contrario di tutto. Non un capolavoro assoluto, ma un buon modo per guardare il nuovo millennio con occhi diversi.

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