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Life and Livin’ It, il precedente album di Sinkane, poteva essere inteso alla stregua di una guida su come uscire indenni dal 2017 di Trump, del Muslim ban, delle fake news, dei tristi sviluppi della Brexit e della corruzione dilagante in quel Sudan terra d’origine del cantautore londinese di nascita ma americano d’adozione, che adesso torna con un disco dal titolo ancora più esplicito: Dépaysé, termine francese che significa “essere rimosso dal proprio ambiente usuale”. Una perdita delle coordinate a cui l’artista – al secolo Ahmed Gallab – cerca di far fronte andando ancora una volta alla ricerca delle radici perdute («La mia famiglia / il nostro paese / Li porto / Vicino a me», canta in Ya Sudan), di quel senso d’appartenenza smarrito, in tempi d’incertezza come questi (ma poi, saranno mai esistiti tempi di certezze?).
Ma il senso di perdita delle coordinate, in questa settima fatica discografica del Nostro, non si avverte per niente. Sarà forse perchè quelle radici sono forti. Il difficile era ritrovarle, ma una volta afferrate, si può stare più sereni. E infatti Sinkane (che in passato ha collaborato come musicista nei gruppi di Eleanor Friedberger, Caribou, of Montreal e Yeasayer) tutto sembra meno che arrabbiato. E sì che di ragioni per esserlo ne avrebbe: «Sono nero, musulmano e in America sono trattato come uno straniero benchè io sia cittadino americano», dichiara lui nella nota stampa di accompagnamento al disco. Ma al contrario di quello che ci potrebbe aspettare, a dirla occhettianamente, si potrebbe definire quella da lui guidata una gioiosa macchina da guerra, locuzione che chiaramente è da estendersi al combinato artista/band che lo supporta in studio e che non ha niente a che vedere con l’improvvisazione e il pressapochismo, quanto piuttosto con la gioia in senso letterale. Il mood che ne scaturisce, infatti, è tutto fuorchè cupo e pessimista. Insomma, non ci si piange addosso.
Un’alchimia unica e positiva, protesa in avanti e data da saggi di ottima world music vicinissima alla fusion e all’afro pop. Elementi mescolati tra loro in cui via via emergono più chiari riferimenti ora etno/funk (Everybody, Everyone, The Searching), ora soul/R&B (On Being), ora reggae (Stranger), ora psych (la title-track). Trasformare la rabbia in energia positiva. Perchè, in fondo, a che serve arrabbiarci se basta un po’ di buona musica a farci stare meglio?
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