Recensioni

6.7

Certi suoni glieli avrà portati forse u fujutu, il matto. Quello dei tarocchi siciliani e di Cesare Basile, che nel suo ultimo U fujutu su nesci chi fa ha spostato il suo baricentro ancora di più dalla parte del folk. Dalle stesse parti la palermitana Simona Norato pianta la tenda del suo Orde di brave figlie, forte dell’esperienza proprio con il super-gruppo dei Caminanti – che registra e accompagna Basile – e del proprio eclettismo strumentale e autoriale. Che già era ben chiaro dal suo precedente La fine del mondo, finalista come miglior opera prima al Premio Tenco nel 2015. In quel caso il blues di Norato era però più underground, urbano forse. In questo – come si diceva – il territorio è invece più essenziale, primigenio: folk, si può riassumere. Se quindi non è la maestria con la quale l’album è giostrato a sorprendere, lo sono forse le visioni surreali e la densa scrittura che le racconta.

Cominciano subito dalla orwelliana Un solo grande partito, distopica e arabeggiante, che al suono di flauti siciliani e dell’udu drum africano rispolvera l’indimenticato 1984. Su questi toni continua un album ricco di simboli che hanno spesso e volentieri un valore politico. Anche nel singolo, Scegli me tra i bisonti, dove i grandi animali sono una macchia che fugge insicura sui boschi della terra. È l’immagine di una minoranza, spinta da un mantra di strumenti legnosi e cori intromessi da intermittenze elettriche. È l’episodio più accattivante all’orecchio insieme alla title-track: afro-blues di una potenza essenziale che detta l’andatura di una borghesia ipocrita e allarmata. E che cita esplicitamente – e sorprendentemente – Loredana Berté. Su Avremo una casa nella prateria le mani le mette direttamente Cesare Basile – produttore dell’album – che torna dal Sahel con la sua chitarra per un desert-blues all’imperfezione sussurrato come una preghiera sarcastica. Stesso sentimento è di Ci chiederanno, singhiozzo nel canto e tosse nel blues. Altra storia sono le due tracce strumentali, dominate entrambe da due corpi: nel primo quello di mostro grottesco, Orcaferone, spinto nel passo pesante da un tema di fiati; nel secondo, Palastramu, è di legno con un eroe sopra e le onde intorno gonfiate da uno Stenway suonato a quattro mani. Per dirla con le parole che ha usato Antonio Dimartino con l’autrice, nella finale Questo universo spione è come se «la te adulta parli alla te bambina». E sotto la pioggia che batte in una giornata tra infanzia e maturità, l’album si chiude con la voce della 12enne Marta Caudullo a fare la parte della piccola Simona Norato. Che alla seconda prova si propone come una suffragetta di eclettismo e artigianato musicale, inteso come sperimentazione e ricerca di suoni e ritmi sempre in aggiornamento. Senza mai perdere il controllo sui brani, che suonano sempre compatti e densi, anche nei passaggi più ermetici, spesso e volentieri surreali nella rappresentazione di relazioni sociali e politiche.

Una conferma, quindi, per la poli-strumentista dei Caminanti. Che resterà pure la Pj Harvey della Vucciria, la Cristina Donà di Brancaccio, ma forse stavolta l’ispirazione più importante è venuta da u fujutu, il vecchio matto dei tarocchi siciliani. O qualcosa di similmente autentico.

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