Recensioni

7.1

Omaha, da qualche parte in mezzo all’America, cantavano i Counting Crows. Ad Omaha il trentacinquenne Simon Joyner ci abita, pur essendo nato a New Orleans. Ai tempi che Duritz e compagni scalavano le charts (correva l’anno 1994), lui già licenziava una canzone via l’altra, una più bella dell’altra. All’insegna di un lo-fi folk ispido e appassionato, commovente e sardonico, a tratti feroce. Tuttavia, ancora oggi – con una decina di album alle spalle – il suo nome non compare sulla mappa della fenomenologia pop-rock. Al massimo è una nota a margine. Molto a margine.

Una possibile spiegazione: Joyner ha scelto di non esistere mediaticamente, ovvero di essere soltanto le proprie canzoni. Per i buffi tempi che corrono, questo è sufficiente a farti diventare una specie di leggenda, ma non aiuta certo a guadagnarti la pagnotta. Le sue canzoni, dicevamo. Gioielli dagli ingredienti sparuti: una chitarra che ricama arpeggi austeri e pietosi, talora un briciolo di batteria, soffi d’organino, violini malmessi. Poco altro. Scaglie d’anima folk con la botta elettrica nascosta nel cuore. Cuore che trascina parole di subbuglio e amarezza e fatalismo periferico, struggenti malgrado quel certo cinismo (un po’ alla Smog) e i liquori sciroccati (in direzione Daniel Johnston) che pervadono la voce.

Beautiful Losers raccoglie 21 pezzi disseminati tra singoli e compilation nel quinquennio ’94-’99. Più che al Dylan a cavallo della svolta elettrica, faro dichiarato e irrinunciabile (per dire, in Hot Tears aleggia evidente il fantasma di Ballad Of A Thin Man), viene da pensare ad un Robyn Hitchcock più asciutto e scostante (vedi Sorrow Floats), oppure all’ebbrezza nostalgica quasi Leonard Cohen reperibile ad esempio inFluoride. Ma non è facile racchiudere Joyner tra coordinate precise, tocca fare i conti con certa psych spossata Skip Spence (Jeff Engel Rules), con gli echi del Lou Reed giovane (I Would Not Try To Break Ties With Me), con le distorsioni da Malkmus primigenio (Flannery O’Conner), con l’irresistibile mestizia Buffalo Springfield per organo e batteria minimale nella splendida One For The Catholic Girls. Il semplice e il complesso si danno la mano, quindi, come talvolta capita.

E infatti, non bastasse, c’è dell’altro: se Milk sembra fare il verso alla younghiana Revolution Blues con le spine staccate, Veteran’s Hospital Song sembra una outtake scanzonata di Nebraska; se nella dolcezza sottovuoto di R Is For Riot (satura di dolcezza e ferite invisibili) puoi intravedere la sagoma di Syd Barrett, in Last Night I Had A Conversation With God e in Swing scorgi rispettivamente il Beck col piede nella fossa e quello elettro-sgangherato. Eccetera, eccetera, eccetera. Questa compilation rafforza insomma la fama di notevolissimo autore dello schivo Simon Joyner. Quanto al suo culto (“il più grande cantautore vivente…”) credo sia da attribuirsi più alla premeditata invisibilità che ad altro.

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