Recensioni

Avete presente quando assaggiate un dolce che amavate da piccoli per poi accorgervi che ha del tutto cambiato sapore?

Ecco, questa è la medesima sensazione che si prova alla fine di Euphoria 3. Per due stagioni la serie ideata e prodotta da Sam Levinson è riuscita a restituire il disagio adolescenziale di una generazione americana che cerca il proprio spazio nel mondo senza spesso riuscirci. L’ambizione, i tradimenti, le gelosie e le dipendenze bucavano lo schermo e colpivano con fare perturbante, diretto, a volte esagerato. Eppure era riconoscibile Euphoria. Bastava uno sguardo a quella palette cromatica, l’ascolto di una nota composta da Labirinth, o indugiare su quei primi piani dove i glitter si mescolano al sudore e al pianto, che il mondo di Rue, Jules, Maddy e Nate prendeva posto tra gli inframezzi dei nostri pensieri.

Con la terza stagione, però, qualcosa si sgretola; gli adolescenti sono diventati adulti, e i loro problemi, i loro disagi, non sono più gli stessi… non possono esserlo. Ciononostante, Levinson al posto di raccogliere questi nuovi slanci ansiogeni per dissezionarli e restituirli sotto nuove forme, ribalta completamente lo sviluppo narrativo, deteriorando l’essenza del proprio prodotto per invadere una tipologia di racconto che esula da quella iniziale. Euphoria 3 non è più la continuazione e l’epilogo di un discorso costruito e messo in pausa anni fa, ma un prodotto a se stante, del tutto diverso e divergente. È sotto eterne sovrattuture che si nasconde un nucleo primordiale che tenta ancora di denunciare la realtà dei protagonisti, funamboli di una forza-lavoro che annienta, indebolisce, aliena, e da cui è meglio scappare, per poi finire lungo scorciatoie fatte di sugar daddy da cui farsi mantenere, pubblicazioni su OnlyFans, traffico di droga. Il disagio adolescenziale si fa – o tenta di farsi – distruzione del sogno americano; un’implosione di effimeri piaceri, che Levinson soffoca sotto subplot infiniti, tra narcotrafficanti e azioni illegali.

Quello che era il degno erede di Skins viene così sostituito da un mix poco ispirato tra Breaking Bad e Narcos: un prodotto del tutto estraneo e lontano da quello iniziale, che distrugge la vera natura di Euphoria, sfilacciando la coerenza di un’essenza ormai andata perduta.

Che sia chiaro: era giusto rinnovare i crismi della serie, perché i suoi stesso protagonisti – compie il passare degli anni – non sono più gli stessi di quelli delle superiori; eppure, è proprio l’anima di Euphoria che si è andata perdendo. Le stesse protagoniste si riducono a semplici ingranaggi di un meccanismo che non è più il loro. Non più “soggetti”, ora Cassie, Jules, Lexi e la stessa Rue diventano “oggetti”: oggetti da ammirare dal più potente dei male-gaze, oggetti da manipolare, manovrare a proprio piacimento; oggetti da sfruttare. A esclusione forse di Maddy, l’unico personaggio veramente coerente con il fantasma delle serie passate, ogni personaggio femminile compie determinate azioni non più interpretabili come risultati finali di un processo mentale da loro stesse elucubrato, bensì come mere azioni imposte da altri. Le donne nell’universo di Euphoria 3 diventano così pedine del destino in un gioco non più tenuto tra le loro mani.

Si tratta di un ulteriore cambiamento in una giostra di decisioni che allontana la serie da quella natura (auto)distruttiva dove ogni puntata si concludeva come un trip allucinogeno talmente destabilizzante da aprire gli occhi su una realtà a tratti allarmante come quella posta al di là dello schermo.

Se dunque le prime due stagioni erano la metafora del disagio giovanile, questa terza stagione è l’iperbole di esistenze portate sull’orlo dell’irreale. Ed è solamente quando il respiro rallenta, le fughe e le irruzioni lasciano posto alle parole, o alla morte, che Euphoria torna a galla. Sono piccoli frammenti di un qualcosa che poteva essere, ma che non è stato; è una promessa mai mantenuta, un ritorno atteso e mai compiuto, un matrimonio sognato e mai realizzato.

Zendaya, Jacob Elordi (visto recentemente in Frankenstein), Sydney Sweeney, ma soprattutto Alexa Demie e Colman Domingo tentano di recuperare quel mondo rigettandosi a capofitto in personalità da loro stessi modellate; ma è un’argilla ormai bruciata dal sole, un vestito appariscente e sensuale, posto su un corpo che non riesce più a restituire la sua essenza. Lo stesso Levinson gioca con gli stili e i crismi dei mondi citati, come le citazioni a Sentieri Selvaggi nel finale di stagione, le riprese tipiche del genere western amato da Alamo, o le luci abbaglianti che incorniciano volti rigati da lacrime, alludendo alla riscoperta religiosa di Rue. Ciononostante, tanto l’apparato estetico, quanto quella fotografia tra lo sgranato e l’accecante, sono solo dei diversivi, degli specchietti per le allodole che intendono richiamare un universo seriale andato ormai perduto. La stessa musica affidata a Hans Zimmer, per quanto impeccabile, dona all’opera un che di epico che stride con quel gelo dell’asfalto verso cui i suoi protagonisti sono destinati a schiantarsi. Bisogna solo aspettare il finale, e la risoluzione dell’arco narrativo di Rue, che tutto combacia, i pianeti si allineano e il mondo di Euphoria ricompare come per magia.

La bocca torna così a respirare, le mani si toccano, il vortice di adrenalina si mescola all’emozione di un tributo inserito con eleganza e commozione, prima che l’euforia si tramuti in un baratro di silenzio tombale. Un sentimento ossimorico e antitetico, come quello per una serie completata e riuscita a metà; per una dose tagliata male che non ti sballa, ma ti deprime, ti annienta, ti aliena; come un amen sussurrato prima che i titoli di coda lascino spazio a una delusione bruciante per qualcosa che poteva essere, ma non è stato.

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