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Quarto album nel segno della continuità per Sam Amidon, non perché riproponga papale papale la formula dei predecessori ma per come semmai la spinge di una tacca in avanti, verso una sintesi trepida, fragile, quasi disturbante tra suggestioni traditional e contagi contemporanei. Ad aiutarlo troviamo ancora il producer e vecchio amico Thomas Bartlett, altrimenti detto Doveman, ma a comandare i microfoni stavolta c’è il tecnico Jerry Boys, uno col bagaglio di esperienze che vanno dai R.E.M. a Vashti Bunyan passando per gli Steeleye Span. Sembra insomma che in occasione dell’esordio su Nonesuch il folk singer del Vermont – nonché marito della cara Beth Orton – abbia voluto prestare particolare cura all’aspetto sonoro, inseguendo una fragranza brusca, intima e terrigna.
Finisce che ritornano in ballo i soliti riferimenti, la trepidazione spersa d’un Nick Drake (nell’incedere jazzy di I Wish I Wish, ospite la tromba del grande Kenny Wheeler), la disillusione carnosa d’un Jason Molina (nella cupa Short Life), la letargia estatica di Mark Kozelek (vedi l’apprensiva rilettura del traditional Streets of Derry), addirittura il John Martin più placido come nella soffice e resinosa title track. Poi, al solito, ci imbattiamo in cover scelte da repertori imprevedibili, come la Shake It Off targata Mariah Carey (!), qui ridotta a meditabonda pensosità piano-voce, o quella My Old Friend firmata dalla stella del country Tim McGraw, col suo incalzare agrodolce probabilmente il pezzo più accattivante mai licenziato da Amidon.
Il quale, a forza di ricorrere a questa strategia di smarcamento sistematico, gioca una partita affascinante ma rischiosa: dove lo metti uno così, né nostalgico né post-moderno, coi suoi intrecci caldi ma striminziti di particelle elementari folk, country, blues e jazz? La risposta sta forse nella misteriosa energia che unifica due situazioni agli antipodi come Pharoah e As I Roved Out, indolenza edenica la prima, espettorazione country blues sanguigna la seconda: così lontane per approccio, tenore ed esito, eppure evidentemente parte di uno stesso discorso narrativo, di una stessa sfera emotiva. Probabilmente il merito maggiore di Sam Amidon sta nel tenere al centro con determinazione la figura – stavo per scrivere l’idea – del musicista/interprete. Disarmato, quasi nudo, persino vulnerabile, ma un libro aperto di passione e inquietudine.
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