Recensioni

Sappiamo bene quanto sia difficile (forse impossibile) riassumere gli States in un’idea, a meno che non si riesca a comprimere in quell’idea una sovrapposizione problematica di situazioni, contesti, dimensioni, sguardi, atmosfere, traiettorie e via discorrendo. Non è certo un caso che dal punto di vista artistico gli USA indaghino e interroghino incessantemente sé stessi, confondendo inevitabilmente (e fruttuosamente) i piani dell’intrattenimento, dell’analisi e dell’espressione. Nella musica in particolare accade questa cosa strana: uno dei generi più tradizionali come il folk-rock, con le sue vaste e diffuse radicazioni nel country e nel blues che ne fanno un crogiolo altrimenti detto “Americana”, compie un giro attorno al proprio asse e in un certo senso si guarda di spalle, fa vacillare le certezze per dare voce alle inquietudini, alle scorie prodotte dall’attrito tra quello che continua a spacciarsi come “american dream” e la grana sconnessa delle esistenze variamente fragili, un processo che logora la distanza tra la dimensione rurale e quella metropolitana nel nome di una sistematica precarietà.
In questo solco per così dire interstiziale si muove anche Ryan Bingham. Classe 1981 dal New Mexico, è autore di sei buoni album tra il 2007 e il 2019 che gli hanno valso una più che discreta notorietà. Quest’ultima tuttavia deve l’acchito al premio Oscar vinto per The Weary Kind, pezzo interpretato a quattro mani con T Bone Burnett per la soundtrack del buon Crazy Heart, pellicola del 2009 diretta da Scott Cooper (il regista di Liberami dal nulla) nella quale lo stesso Bingham interpretava il ruolo di un musicista. Il vizietto della recitazione lo ha poi fatto atterrare nel cast della fortunata serie Yellowstone con Kevin Costner: a quel punto il salto sul carro dei famosi poteva dirsi cosa fatta.
Nel frattempo Ryan non si è scordato di essere anche (forse: anzitutto) un musicista. Così, dopo il ruspante American Love Song del 2019, ha tenuto in caldo la vena creativa e i fan con un EP autarchico (Watch Out for the Wolf, 2023) nel quale si avvicinava alla calligrafia sanguigna e tormentata di un Ryan Adams con persino escursioni nel più cupo territorio di un Mark Lanegan. Da lì Bingham riparte oggi con un album che sembra voler tirare le fila di tutto il percorso compiuto, muovendosi cioè sulla linea d’ombra tra folk-rock “tradizionale” e alt-country, ovvero con un angolazione che sembra sul punto di perdere fiducia nelle capacità del folk-rock di redimere, liberare, raccontare, ma poi non lo fa. Ovvero, continua a fare perno su valori stabili e forme sedimentate, sia pure in una cornice problematica, assumendo una postura vacillante che sembra quasi pattinare sul ghiaccio sottile del disequilibrio emotivo, alternando definizione baldanzosa e stati di esitazione vibrante.
Va detto però che non viene mai meno la sensazione che tutto questo sia, come dire, ricercato. E persino, ebbene sì, recitato. A partire dalla voce, così abile a compensare la scarsa estensione con un timbro di basso profilo e spesso “rotto” (una rocaggine, come dire, cosmetica, quasi fosse più provocata dall’abuso di sigaretta elettronica che di tabacco), alla ricerca di una genuinità che in un modo o nell’altro raggiunge agilmente. Un credibile artefatto? Direi di sì. Molto credibile. Capace di abitare con calore e duttilità canzoni ben scritte, dalle quali emerge una padronanza considerevole sul fronte degli arrangiamenti, ora impetuosi e febbrili (un plauso ai Texas Gentleman), oppure in grado di emanare una radiosità calda e tormentata. Resta però quel retrogusto straniante, come di due sagome quasi sovrapposte ma non del tutto.
Se sul piano della forma e del mood credo sia lecito sostenere che Bingham si muova in una triangolazione ben temperata tra il succitato Ryan Adams, il John Mellencamp dei 90s e lo Steve Earle più laconico, con qualche goccia di additivo Creedence e un’occhiata all’immancabile santino di Dylan, tuttavia rispetto ai modelli sembra che cambi la posta in gioco. Vale a dire: nelle canzoni di un Mellencamp o di un Adams (lasciamo stare gli altri mostri sacri) avverti il sapore aspro del dentro o fuori, di vicende sull’orlo del precipizio, mentre in quelle contenute nel qui presente They Call Us the Lucky Ones per prima cosa avverti la grana della rappresentazione, del talento con cui il mestiere riesce a ben mimetizzarsi in autenticità e sfociare in narrazione. In questo senso, è un ottimo album, ma appunto in questo senso.
A parziale riprova, si guardi il video di Blue Sky: costruito con un dietro le quinte del cortometraggio Love Letter To Texas diretto da Jeff Nichols, mostra Bingham e Hassie Harrison (anche lei attrice, nonché sua moglie) muoversi sulla linea di confine tra finzione e vita, facendo di questa canzone d’amore agrodolce una sorta di confessione sul metodo. Vale a dire, è tutta una messinscena, ma ottenuta da una accurata distillazione del reale.
Anche la opening The Lucky Ones è spinta da un video utile come complemento di questa ballad in slow–burn che rotola epica e stropicciata, spargendo ironia e disincanto sulla vita on the road (la finzione della finzione che si rovescia in realtà). Segue a ruota una Let the Big Dog Eat che sgrana irruenza blues-rock a tinte southern da fare invidia ai Black Keys, mentre I Got a Feelin’ gigioneggia col suo groove umorale da Rolling Stones in fregola Lynyrd Skynyrd. Un’apertura di scaletta che non fa mistero di essere intenzionata a farsi largo nelle playlist di ogni ordine e grado, preparando il terreno a due ballad a cuore nero come Twist the Knife e Cocaine Charlie, la prima intrisa di rimorso colloso punteggiato da mandolino, armonica e pianoforte, la seconda un’epopea sul tema del contrabbando che sembra quasi strappata dalle pagine di Cormac McCarthy.
Sono questi gli episodi migliori di un album comunque mai meno che gradevole, anche intrigante in episodi come Americana – ballata ironica alla John Prine benedetta da un violino tristanzuolo – o quella Relevance che snocciola un up-tempo sfrenato dalle gustose ascendenze Seventies.
In definitiva è insomma un bel disco, nel quale la confezione non oblitera la sostanza ma in molti sensi la caratterizza, come se la sostanza coincidesse con la confezione stessa di un immaginario, quello di un folk-rock che per il solo fatto di esistere come dimensione espressiva costituisce una categoria del sentire, del pensare, del vivere.
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