Recensioni

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Ho sempre visualizzato The xx come uno splendido microcosmo a sé stante, sin dall’incontro con la formazione inglese per un’intervista del 2012, in occasione dell’uscita del secondo album Coexist, posto tra l’omonimo biglietto da visita del 2009 e l’ultimo I See You del 2017. Un microcosmo, un’entità autonoma virata al bianco/nero, eppure rifrangente – nello specifico, rifrangente dream wave e synthR&B ad alto impatto generazionale. All’epoca i diretti interessati si definivano, infatti, «tre individui indipendenti che confluiscono nell’insieme The xx». A dispetto della coolness calata dall’alto dei giri indie, la proposta del trio è stata contraddistinta dalla purezza: del songwriting, denudato nella resa da un coraggioso spirito less is more; del lucidissimo sound, curato spesso e volentieri in prima persona; dell’approccio, da autentici control freak per l’appunto, alla larga per scelta dallo sport dei featuring. Insomma, musica, la loro, che non ha mai funzionato per l’intrattenimento. Semmai, orientata verso una macerazione interiore di stampo inevitabilmente moderno.

Le prove in veste solistica dei tre amici, giunte prendendosi tutto il tempo di cui avevano bisogno, sono allora da leggersi come pennellate di colore, finanche di autonomia nell’autonomia a fronte della maggior confidenza sviluppata in sede di scrittura e studio di registrazione. Eloquente, in tal senso, dall’inizio, Jamie Smith, in arte semplicemente Jamie xx, che intitolò il suo debutto In Colour, nel 2005 (un classico dell’elettronica anni 10, seguito via via da ulteriori singoli esplosivi, Idontknow, LET’S DO IT AGAIN e KILL DEM), pur avvalendosi dei suoi compagni nella maggioranza dei brani con vocalist, a conferma di una coesistenza persino parallela. Si torna al discorso dell’entità-famiglia di cui sopra, tanto che Oliver Sim, all’esordio nel 2022 con Hideous Bastard, per un crooning del coming out supportato da un mini-film autobiografico girato da Yann Gonzales, aveva affidato la produzione al medesimo Jamie. Oliver e Romy, all’anagrafe Romy Madley Croft, si conoscono dall’infanzia. Adesso il primo passo sulla lunga distanza tocca a lei, a seguire l’inno post-lockdown Lifetime del 2020 e relativo EP di remix.

Mid Air si riallaccia allora a entrambi i succitati lavori, sia a quello di Oliver, nella comune rivendicazione del proprio background queer, sia a quello di Jamie, nell’abbandonarsi a setting prettamente da club. «Can you turn it up a bit more? / Thank you», si sente nell’avvio di Love Her, il primo pezzo in scaletta, che parte con poche note, tra beat e tasti, per progredire in crescendo ritmico – «Dance with me / Shoulder to shoulder». Sta a mezz’aria, Romy, presa dall’innamoramento per la vita, per la musica e per la moglie, collaboratrice, film-maker e fotografa Vic Lentaigne, ma questo disco è da intendersi come la sua fresca e rigenerante boccata d’aria espressiva, gradevole anche per chi ascolta per quanto non imprescindibile. Love Her è il miglior episodio peraltro in programma, assieme al più recente estratto The Sea, love song catchy con linee di chitarra post-rock tipicamente The xx, nelle mani non a caso di Romy.

All’appello ci sono altre sette canzoni – dalla più introspettiva Twice alla solare She’s On My Mind di chiusura, che non sono affatto male, fino al singolo Strong, celebrazione della vulnerabilità coadiuvata da un videoclip in compagnia del cugino, anch’egli orfano di madre – e due intermezzi, cioè DMC e la title track con la cantautrice americana Beverly Glenn-Copeland. A quest’ultima si collega tramite campionamento uno degli altri singoli, Enjoy Your Life, cartuccia propositiva à la Groove Armada, ispirata alla serata in cui la collega Robyn ha portato Romy ad ascoltare dal vivo in quel di Stoccolma Glenn-Copeland, coinvolta di conseguenza – come l’immancabile Jamie è coinvolto dietro ai pulsanti.

In generale, ci si indirizza verso ballad al crocevia tra pop, house e soul, da innescare in pista, spesso però con soluzioni abbastanza elementari, immediate senza essere dozzinali, eppure mai inventive o particolarmente raffinate. In cabina di regia si alternano prevalentemente Fred Again.., pseudonimo di Fred John Philip Gibson, e Stuart Price. Romy ha inquadrato la sua proposta come «musica emotiva da ballare», in grado di unire un CV da compositrice – anche conto terzi, per Dua Lipa, Jehnny Beth, Halsey, King Princess, ecc. – e DJ, oltre che sentimenti basilari-universali come gioia e tristezza, veicolati al solito da cantati “new Everything But The Girl” di grande efficacia comunicativa. Ecco perché si è parlato anche di un album di coming-through.

Mid Air era un passo necessario per Romy, come Hideous Bastard lo è stato per Oliver Sim – e ancora prima In Colour per Jamie, ovviamente, sebbene lì innanzitutto per motivi di crescita sul sound, puntualmente avvenuta, anziché di liberatoria catarsi personale. Con i poteri ormai implementati, aspettiamo presto la Reunion, per tornare al significativo progetto principale e di rimando a una delle più belle tracce di Coexist.

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