La brutalità della delicatezza. Intervista a Oliver Sim
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Fernando Rennis
- 1 Settembre 2022
A Londra c’è il sole e Oliver Sim esordisce con un «I’m having a great time!», due cose che mi spiazzano prima ancora di cominciare l’intervista via call. Be’ sul primo punto poco da dire; sulle rive del Tamigi – nonostante le sorprendenti temperature roventi causate dai cambiamenti climatici – le belle giornate non sono mai così scontante. Sull’affermazione del bassista, autore e cantante degli Xx, c’entrano però più fattori: in primis, il suo esordio solista – prodotto dal fido Jamie Xx – mi è piaciuto parecchio. E poi la notizia sulla sua sieropositività e una frase come «Non ho scritto il disco per soffermarmi, ma piuttosto per liberarmi in parte della vergogna e della paura che provo da molto tempo» bastavano a farmi venire un po’ di ansia per un’intervista quantomeno delicata. È finita che si è riso di continuo, con gli occhi lucidi.
Hideous B*stard è un album con un sound futuristico che si guarda indietro, merito in particolare «del sampling, tutti quelli del disco sono più o meno degli anni Sessanta, come Lee Hazlewood, Beach Boys, Sam Dees. Per me e Jamie è musica della nostra infanzia, cose che ascoltavano i nostri genitori. Uno dei ricordi più vividi di quando ero piccolo sono proprio i Beach Boys che risuonavano in macchina con la mia famiglia». Il debutto di Sim parla del suo vissuto personale, così come della mascolinità, un argomento che salta fuori quando mi racconta che in questo periodo sta ascoltando prevalentemente gruppi vocali maschili, come i Flamingos, «molto maschili, ma allo stesso tempo tanto teneri. Per me l’idea di un gruppo di uomini che fa le armonizzazioni è molto romantica!».

Questo apparente contrasto è, in realtà, uno dei punti di forza di Hideous B*stard. A partire da ciò che pensa il suo autore, non proprio amante delle certezze. Per questo horror, humor e confessioni si mescolano a brani ballabili e luminosi. Basta ascoltare Hideous, il brano di apertura che muove da una samba digitale accarezzata dalla voce di Sim per poi immergersi in un cambio di ritmo, archi avvolgenti e un crescendo emotivo, pronto a spegnersi sull’entrata in falsetto micidiale di Jimmy Somerville, una presenza che mi sento di definire un “regalo” dai molti significati. Oliver s’illumina e argomenta: «Prima di sapere chi fosse e cosa rappresentasse, io di Somerville conoscevo soltanto quella voce incredibile. È angelica e potente allo stesso tempo. Poi ho capito cosa fosse per molte persone, e per me. Non è sul mio disco per il suo attivismo, ma per il suo talento e per molte altre ragioni. Ci vorrebbe un podcast per elencarle tutte!».
Arriva, però, il momento di affrontare la domanda più complicata: come sono stati questi anni in cui Sim ha fatto i conti con se stesso, mettendo tutto in musica? Dopo un bel sospiro, il trentatreenne londinese fa mente locale e lascia andare il suo flusso di coscienza: «Ovviamente, si è trattato molto di più che di fare musica. Sono stati anni di riconciliazioni, e rapporti sanati. Anni di tante conversazioni che per troppo tempo non ho avuto il coraggio di fare. Ricordo ancora la prima volta che ho fatto ascoltare Hideous a mia madre, per lei è stato bello ma traumatico. Ho avuto la diagnosi a diciasette anni e da quel momento oh sempre creduto di avere tutto sotto controllo, in primis le mie frequentazioni. Invece, ero controllato dalla sieropositività. Mia madre mi ha semplicemente detto “fai queste conversazioni, vedi come ti senti”. È stato il migliore consiglio che mi avesse mai potuto dare. In realtà è una pazza, ma è anche saggia! Alla fine, ho avuto queste conversazioni e non sono stato per nulla a mio agio, non è stato piacevole…».
Forse non è proprio garbato, ma devo interrompere questa seduta psicanalitica. Dico a Oliver di essere scioccato: la musica, i testi e le sue parole in questa conversazione sembrano cancellare continuamente il peso di un vissuto difficile. Mi sembra una foglia che, leggera, volteggia. Mette il suo interlocutore – uno sconosciuto – a suo completo agio, mentre si mostra in tutta la sua fragile intimità. Come se tutto il dolore vissuto potesse essere liquefatto. Scoppiamo in una risata e Sim mi ringrazia, e confessa che tre anni fa, quando ha composto Hideous non era nemmeno in grado di sostenere una conversazione come questa: «Ancora oggi ho tante paure, non sono oltre, ma mi sento più libero», dice con una brevissima punta di commozione, per poi proseguire sottolineando che «scrivere quella canzone è stato liberatorio ma spiacevole. Ma va bene così, perché penso che quando condividi qualcosa di così personale diventi meno suscettibile. Sono ancora in viaggio, mettiamola così!».
«I should be stronger than this, I should have a handle on it», canta Sim in Confident Man, ma il processo di accettazione di sé passa anche attraverso le sue «canzoni preferite, quelle che magari ti fanno ballare con le lacrime agli occhi». Oliver non ama i brani che preparano l’ascoltatore alle emozioni, infatti Hideous B*stard è un disco imprevedibile. Il suo autore spiega: «Me lo sono strutturato in testa come un film, tant’è che Unreliable Narrator è basata su un monologo di American Psycho sulle maschere che portiamo e sul concetto di essere sani o insani in base ai criteri imposti dalla società». Questo aspetto cinematografico è evidente nel brano che chiude l’album, dal titolo Run the Credits, in cui Sim ci chiede di far andare i titoli di coda, facendoli piovere addosso a lui. Un’immagine molto evocativa.
Sarà piuttosto interessante assistere al tour di supporto a Hideous B*stard, sia per i brani e sia per la sfida che Sim affronterà: «Ho fatto qualche concerto e per la prima volta non avevo Jamie e Romy al mio fianco. È stato a tratti sconvolgente. Inoltre, non ho con me nemmeno il mio basso, una sorta di scudo. È come imparare daccapo le cose. Inoltre, dopo questi due anni di isolamento, ho bisogno della fantasia che scaturisce dalle avventure. Tutti gli artisti che amo fanno, o hanno fatto, concerti in cui creano, o creavano, mondi. Molto più che semplice musica, un qualcosa che interseca l’arte, la moda e altri campi culturali. Ecco perché voglio suonare il disco principalmente nei teatri, dove posso stare a contatto con il pubblico e intrattenerlo, senza orpelli».

Parlando di concerti, mi vengono in mente quelli degli Xx a Glastonbury, dove musica intima e sussurrata è ascoltata quasi in silenzio da una marea di persone. Una sinapsi che porta dritto a una domanda su cosa stia facendo il trio, fermo a I See You del 2017: buone notizie su questo fronte, dato che Sim mi dice con un sorrisone stampato in faccia: «Sono entusiasta come non mai di lavorare su un nuovo album o qualsiasi altra cosa. Quella è casa mia e Hideous B*stard lo vedo come un modo di uscire a fare due passi e ritornare alla base con nuove idee fresche. Romy sta finendo il suo album ed è completamente diverso dal mio! Sono elettrizzato dall’idea di mescolare le nostre esperienze. Sta succedendo, non abbiamo ancora registrato qualcosa, ma è un processo già in atto!».
Ciò che rende affascinante Hideous B*stard è quella che lo stesso Sim definisce una “delicatezza brutale” – infatti, canta a un certo punto «cos’è un fiore se non un motivo sinistro?» – in fondo: «Sono un gemelli, quindi sono immerso nel dualismo. C’è la luce e l’ombra allo stesso momento. Spero che questo disco sia proprio così». Da gemelli, capisco bene il suo discorso e aggiungo che il suo debutto solista è “simultaneo”, perché riesce a far vivere all’ascoltatore divese emozioni contemporaneamente. Oliver sorride e annuisce: proprio un orribile bastardo.
