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Negli ultimi anni il catalogo musicale dell’artista originario di Hull, Inghilterra Richie Culver è andato espandendosi alla ricerca di nuove forme espressive, quasi a voler dar prova della trasponibilità dei suoi riferimenti concettuali e iconografici. Noto nel mondo delle arti visive per le sue tele e installazioni minimaliste ispirate a precarietà e decadimento urbano, con gli ultimi due album Scream If You Don’t Exist (2023) e Hostile Environments (2024) Culver è andato perfezionando il connubio di industrial, ambient e spoken word con cui si è fatto conoscere nell’underground elettronico. Nel suo progetto parallelo Quiet Husband, invece, le sue tipiche riflessioni autobiografiche e narrazioni capital-realiste hanno ceduto il passo a vie di sfogo hard techno e noise, complice il mascheramento stesso del poeta in funzionario BDSM. 

Il nuovo album I Trust Pain si presenta al contempo come il suo effettivo sconfinamento in ambito rap e il primo lavoro in cui a ogni traccia corrisponde il titolo di un’opera d’arte nel suo catalogo. L’obiettivo, ha detto, non era tanto tradurre l’essenza delle sue creazioni visive in musica quanto generare «frizione» tra i due mondi. Schizzi di questo approccio si potevano rinvenire già in alcuni brani del passato, come Create A Lifestyle Around Your Problems (2022), in cui rumori metallici sembravano accartocciarsi in un beat e i versi di Culver pescavano liberamente dai suoi graffiti («I wish I could sing») con l’urgenza di ad lib. I Trust Pain, tuttavia, rende il debito con grime, drill e dintorni ben più esplicito, complici le co-produzioni dei colleghi Rainy Miller, Blackhaine e Bitter Gold, veri e propri auteur della nuova ondata di hip hop sperimentale battezzata dallo stesso Miller Northern Gothic, non proprio un genere musicale, quanto uno sforzo di romanticizzare il Nord inglese e i suoi detriti sottoculturali in cerca di epifanie.

Laddove i rap di Miller e Blackhaine amplificano un senso di malaise urbana attraverso uno spettro performativo in cui figurano, a fianco di tributi a famiglia e comunità, eccessi di rabbia e disperazione (si ascolti Joseph, What Have You Done?, uscita di quest’anno di Miller), il Culver di I Trust Pain si presenta perlopiù come un rapper composto, a tratti ieratico, quasi volesse trattenere una componente di stasi propria dei suoi materiali di partenza. Nonostante il marcato contrasto tra viscosi beat d’oltretomba e taglienti hi-hat trasporti immediatamente l’ascoltatore in un seducente territorio di mezzo tra witch house e trap, brani come Chase Money, I Trust Pain, I Loved You e Nothing finiscono per esaurire rapidamente il loro effetto sorpresa, sopraffatti dalla monotonia di versi frammentari spesso ripetuti senza alcun apparente coinvolgimento emotivo o direzione narrativa. L’evocativo ‘nero su nero’ della tela I Loved You, per esempio, perde qui in profondità a causa dell’apatica ripetizione dei versi «I loved you / you just couldn’t see it» e del mantra culveriano «Born / Died», mentre il disarmante nichilismo graffitaro di Nothing si fa fin troppo letterale nelle declinazioni della sua incarnazione trap («Find meaning in nothing / Keep it real in nothing»). 

Culver risulta più convincente laddove i significanti hip hop si piegano al suo stile tipicamente astratto e introspettivo (qui rappresentato al meglio dalle disarmanti, impressionistiche suite noise-concrète Puncture You, Sarah e la Whitehouse-iana Curse) piuttosto che il contrario, fungendo da carburanti per ambigue riflessioni autobiografiche. Nell’ottima North Sea Calls, per esempio, un brano che si ricongiunge all’immaginario da fuga dal Nord di I Was Born By The Sea (2022) e ad alcune Polaroid del 2021, Culver dispiega il suo accento in una variegata serie di inflessioni in bilico tra un registro serio («Nothing is clear») e uno parodico («This town so pretty!»). Things You Don’t Need adotta a mo’ di marchio d’apertura tipico dei brani trap la frase «Went from stacking shelves in the factory / Now I’m applying for a PhD / It was all for you I was not for me», una dichiarazione che problematizza, non senza una punta d’ironia, la nozione di street cred e l’adeguatezza stessa del Culver rapper. 

Il picco di ambiguità viene raggiunto in Some Stories Linger, incidentalmente il brano del lotto in cui pesanti bassi e ticchettii trap, anziché incombere con fare dimostrativo, emergono distrattamente da una soffusa traccia ambient a base di pianoforte e voce. «I guess sometimes when you’re in it and living it», mormora Culver con disarmante convinzione, «It’s hard to see / How beautiful it actually is / Until it’s over». Importa relativamente poco che l’opera originaria di Culver con lo stesso titolo sia uno screenshot atto a immortalare il Laurence Fishburne del film Boyz N The Hood come ideale di paternità ed intelligenza emotiva. È l’incedere stesso del brano a suggerire un ingentilimento dei toni e un’accettazione delle premesse emo dietro al progetto I Trust Pain. «Hopefully, I softened», ipotizza a mezza bocca. Non solo, alla ricerca di «frizioni» tra il mondo delle gallerie d’arte, l’underground elettronico e il rap, Culver è riuscito a scrivere il suo primo brano pop. 

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