Recensioni

6.7

Richard Hawley è uno di quelli di cui bisogna tener conto. Sul serio. Lo dice chiaramente il terzo posto in classifica raggiunto da questo album (più alta posizione mai raggiunta dal chitarrista di Sheffield), giunto dopo i riconoscimenti (più che altro mancati: il Mercury del 2006), le varie collaborazioni (Elbow e Arctic Monkeys, ma anche Nancy Sinatra e Lisa Marie Presley) e, significativo ricordarlo, a ben sette anni da quel Coles Corner che ce lo rivelò in tutta la sua maturità, crooner ombroso e nostalgico, ultimo dei romantici, musicista di indubbio gusto e artigiano del songwriting d’autore. E poco, davvero poco importa che con le atmosfere di quel lavoro – e dei successivi e altrettanto buoni Lady’s Bridge e Truelove’s GutterStanding On The Sky’s Edge condivida appena la sognante Seek It e la magistrale ballad Don’t Stare At The Sun (languida come il Bowie di Wild Is The Wind, con qualche fraseggio melodico a sei corde volpescamente trafugato a The Edge).

A partire dalle scale indiane di She Brings The Sunlight ecco, infatti, l’Hawley che non ti aspetti: chitarrone acidissime e pesanti, bassi gonfi e groove vorticosi e lisergici, in uno smaccato revival psych tardi ’60, che a sua volta riecheggia – non di poco – quello targato ’90 dei Kula Shaker e – seppur alla lontana – quello invero recente dei Tame Impala. Verrebbe in mente l’ultimo Paul Weller di Sonik Kicks, che ha dichiarato di essersi ispirato proprio agli appena citati australiani, se non ci si rendesse subito conto che il gusto di Richard resta sempre ed esclusivamente brit-oriented (vedi anche le tirate shoegaze di Time Will Bring You Winter), e che dietro la rigorosa veste sonica (a ben vedere, in Down In The Woods tratta il garage acido dei Sixties con lo stesso rigore con cui in passato trattò Elvis, Roy Orbison e Scott Walker), la calligrafia resta sempre e comunque cantautorale (vedi la murder ballad camuffata che è la title track).

Non è un caso se abbiamo citato pocanzi il Modfather: insieme al coetaneo Noel Gallagher, Hawley mostra qui di avere tutte le credenziali per candidarsi ad erede di quella stessa nobile tradizione brit-rock (e il successo di pubblico, oltre che di critica, ce lo conferma). Chissà se voleva davvero dimostrarlo, o piuttosto voleva solo divertirsi un po’ a suonare ad alto volume; il sospetto che il suo cuore sia rimasto dalle parti del Coles Corner (come tutti i titoli dei suoi dischi, un luogo di Sheffield) è più che palpabile …

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