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7.4

Che la provenienza geografica dell’autore di questo bell’album non tragga in inganno. Pur essendo un esponente della ricchissima scena musicale di Nashville e potendo sfoggiare doti musicali ed un curriculum non meno pregevoli di tanti suoi colleghi attivi in quella che è conosciuta universalmente come “capitale del country”, il polistrumentista Michael Rich Ruth non ha nulla a che spartire con il tradizionalismo – o nei peggiori dei casi conservatorismo – da cui quel genere musicale in molte sue declinazioni è contraddistinto. Perché per trovarlo bisogna scavare più a fondo, nell’underground, tra i fuorilegge musicali che popolano anche quelle latitudini. O forse tra i viaggiatori cosmici più temerari. A riprova di quanto sia comodo ma inaccurato giocare con le generalizzazioni.

E non tragga in inganno nemmeno l’associazione con il genere ambient con il quale questo I Survived, It’s Over viene presentato da molti media. Piuttosto, il suo autore – che comunque nei suoi precedenti lavori solisti intorno al suddetto genere ha anche orbitato – intende la ambient come una sorta di fonte benefica alla quale attingere nei momenti più difficili e bui. Non certo un suono dal quale lasciarsi pigramente cullare. Se la musica di Rich Ruth può risultare beatificante, è solo dopo un processo di liberazione e purificazione al quale sottopone se stesso e l’ascoltare. Infatti, per spiegare di cosa tratti questo LP, ha usato questi termini: «È una meditazione sulla guarigione, sul confronto con il trauma, sulla resa e sulla ricerca della pace” e ancora: “Volevo incapsulare la tranquillità e il disordine che si trovano all’interno di questo processo”. Con tutto ciò che il confronto/scontro con “il caos” inevitabilmente comporta, nel bene e nel male. Musica come mezzo terapeutico, dunque. Un titolo come Desensitization and Reprocessing fa addirittura diretto riferimento ad un trattamento clinico applicato in alcune forme di psicoterapia nei casi di traumi e denominato EMDR (in inglese eye movement desensitization and reprocessing, da cui l’acronimo ), ovvero desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

A costo di ripetere quello che è ormai diventato un cliché al quale è però anche impossibile non fare riferimento, questo è anche un ennesimo album pandemico, nel senso che la sua genesi è avvenuta tra un lockdown e l’altro, con i numerosi musicisti partecipanti – la sezione ritmica di Reuben Gingrich e Cameron Carrus, Caleb Hickman, Sam Que, Jared Selner e Valerie Adams ai fiati, Whit Wright alla pedal steel guitar – impegnati a contribuire a distanza. Ma è anche da altre catastrofi – ambientali e personali – che è stato ispirato, motivato e generato. Ecco che allora la sua ricerca di pace interiore passa attraverso un inquietudine, no anzi un tormento, ben descritti dalle lunghe meditative ed esplorative jam strumentali. Derive psichedeliche che sfociano in alcuni casi in vertiginosi ed a tratti furiosi crescendo, che dallo spiritual jazz prendono l’emozionalità a briglie sciolte e la forza catartica.

Questo è l’album di un artista inquieto che, non avendo perso la speranza, prende ostinatamente a calci l’oscurità fino a farle sanguinare la luce. Per trovare – forse anche solo temporaneamente – sprazzi di positività, risoluzione e serenità interiore.

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