Recensioni

Riccardo Zezza Pardini (in passato collaborazioni con Alessandro Benvenuti) è forse quello che sarebbe stato Alex Britti se, invece di buttarsi sul pop ad ampio spettro, avesse continuato a lavorare ai fianchi blues e funk. Il suo disco d’esordio Il cranio d’oro è un concentrato di fraseggi hendrixiani ripuliti per l’ascoltatore medio e “funketudine” sincopata, ammiccamenti Red Hot Chili Peppers e qualche esotismo sparso (il reggae elettrico di Jimi). OK, siamo lontani da qualsiasi forma di sperimentazione, eppure il trio basso/batteria/chitarra (ad affiancare Pardini, ci sono Matteo De Luca e Leandro Bartorelli) ha dalla sua un groove niente male e certi “sleghi” tesissimi sulla sei corde in bilico tra peculiare crossover (Ho paura di affogare nel mare) e hard-blues (la title-track).
La voce del padrone di casa, ipotetica via di mezzo tra Zakk Wylde e Layne Staley degli Alice in Chains, è solo l’ultimo dettaglio di un disco volutamente lontano da qualsiasi contemporaneità e cristallizzato in un’epoca di guitar heroes che potremmo tranquillamente posizionare a metà anni Novanta. La conseguenza diretta, in questi casi, è solitamente il doversi sorbire nostalgie con poche ragioni d’essere, e invece il Pardini riesce inspiegabilmente a suonare credibile e ironico. Il che non significa che Il cranio d’oro sia un disco destinato a cambiare la storia della musica, ma solo che gli undici brani in scaletta filano via senza troppi intoppi e con una certa soddisfazione per chi ascolta. Del resto, se i Negrita hanno sbancato con un singolo come Mama Maè, anche Pardini meriterebbe il suo quarto d’ora di celebrità sui principali network popolari, magari con la sudatissima e intrigante Black Guitar.
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