Recensioni

6.8

Di quella creatura di carne e circuiti chiamata Radian spendemmo giusti e sacrosanti elogi nell’anno di Juxtaposition, album che segna tuttora il capolavoro del combo, nonché uno dei massimi sunti del dopo Slint.

Allora il trio aveva convinto portando, dieci anni dopo, la lezione di Louisville negli anni zero del dopo glitch, e prendendosi il meglio delle intuizioni in fatto di cutting digitale e polveri industrial, succhiando dalla politicizzata Mille Plateaux il meglio che potesse esportare. Poi c’era the other side dei Radian meditativi e a un passo da certe umbratilità cantautorali, vicini, per assunti di partenza, ai cugini Autistic Daughters. Un altro cerchio completava un quadro quasi invisibile mediaticamente, eppure decisivo, di culto massimo. 

Oggi, dopo quattro lunghi anni da tutto questo, i viennesi ripartono cercando d’azzerare le lancette della memoria senza cedere all’urgenza dell’atto, lasciando così che la "giustapposizione" in missaggio amplifichi, raddoppi, massifichi la semplicità del suonato come un tempo.

Un percorso noto che Chimeric gioca "in sottrazione" proprio per tornare a una purezza caparbiamente messa al centro della scena, un reset simile ai recenti Tortoise (Chimera a ricordarcelo particolarmente) con analoghi risultati per efficacia e riuscita.

Tra momenti potenti e filler interlocutori, i richiami alle tenebre Einstürzende Neubauten sono tra le cose migliori, ma complessivamente siamo lontani dallo sturm und drang che aveva reso grande la prova della maturità. Emblematica pertanto la marittima Subcolors che ricorda i fine Novanta di Labradford (già in odor di Pan American) la cui inconsistenza senza impeto, né tensione, né catarsi, rimane senza un perché. 

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