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Make America Great Again, primo singolo estratto dal nuovo EP targato Pussy Riot, inizia con «What do you want your world to look like?»: la domanda delle domande, quella da un milione di dollari, l’interrogativo ancestrale dopo il “da dove veniamo?”, risulta più che mai significativa in questo momento storico, costellato dall’affermazione di posizioni politiche reazionarie (Trump in America, François Fillon e la Le Pen in Francia, a suo modo, forse, anche la Brexit), dall’emergere di nuove potenze, dal risveglio di imperi decaduti, dalla crisi dell’Unione Europea e dall’implosione del Medio Oriente [Bernard Guetta, su “France Inter”]. E mentre in Occidente si strilla con terrore e panico per la fine della democrazia, parallelamente in Russia sopravvive la lotta (e forse, ma speriamo di no, l’utopia) di una frangia di resistenti che combatte per il sogno democratico, apparentemente infranto 25 anni fa con la fine di Gorbaciov.

Non stiamo aprendo su Sentireascoltare una rubrica di approfondimento politico-storico, né si pretende di condurre un’analisi dettagliata sugli ultimi risvolti della politica globale. Invero, viviamo in un periodo storico in cui attivismo politico e cultura pop – e con “pop” non si intende “di massa”, che ha un’accezione anche negativa, ma “cultura potenzialmente fruibile da chiunque” – non si trovano così agli antipodi come qualche anno fa, quando invece l’eversione musicale veniva inquadrata musicalmente (a ragione) in una cornice punk-rock-hardore o political rap. Questo connubio tra attivismo politico e pop si esprime oggi principalmente nell’arte e nella performing art, si pensi a Occupy Wall Street, a Banksy, e citiamo anche l’australiano Marco Fusinato che ha collaborato col Cox 18 e con l’Archivio Primo Moroni di Milano (sebbene da noi l’activist art non sia affatto un prodotto pop).

Per quanto riguarda un discorso musicale, certamente l’interesse per questioni sociali da parte di icone pop o musicisti di fama mondiale non è recente: si pensi a Michael Jackson, Nina Simone, Bob Geldof o Bono, ma anche alle attuali M.I.A. e Beyoncé, impegnate sul fronte immigrazione e diritti delle donne (per inciso, il video di Borders ha una potenza rara). Ma questi, anche quelli che si sono esposti maggiormente, erano prima di tutto musicisti. Nel senso che nessuno di loro ha posto la lotta politica al di sopra della propria arte, né ha esordito organizzando irriverenti e sovversivi flash mob, schitarrando da schifo in una chiesa ortodossa russa, urlando le peggiori bestemmie contro l’istituzione religiosa e l’autoritarismo del governo del proprio Paese, con la relativa condanna a due anni di prigione e alla gogna pubblica da parte dei più tradizionalisti.

Il collettivo russo Pussy Riot, emerso a livello globale nel 2012 dopo la protesta anti-Putin alla Cattedrale Cristo Salvatore ma attivo già qualche anno prima, si inserisce all’interno dell’activist art in maniera del tutto composita, unendo diverse forme di protesta, sia femminista, sia, più in generale, politica: dai flash mob, alle manifestazioni, all’uso di balaclava colorate e vestiti dai colori molto accesi, alla musica, all’utilizzo congeniale dei media e della tecnologia a proprio vantaggio. Quando si parla di Pussy Riot e musica, però, quest’ultima risulta sempre accessoria, secondaria, trattata esclusivamente come veicolo per il messaggio che il gruppo vuole trasmette. Finora, i loro accordi punk avevano soltanto la funzione di esprimere antagonismo, blasfemia, ideologia libertaria, posizione ostinata e contraria all’establishment del governo russo, denuncia della violenza nelle carceri e femminismo russo. Il punk suonato dalle Pussy Riot non ha mai colpito particolarmente i cultori di musica, ma è stato letto fondamentalmente come fenomeno di trasgressione che, con la musica, poco c’entrava. Ma se alla profanazione degli altari del potere russo, attuata su note punk accompagnate da testi violenti e diretti, è seguita la carcerazione di due anni di due delle tre protagoniste, con l’accusa di “hooliganesimo” e di offesa ai danni della confessione religiosa ortodossa nonché di essere fomentatrici di un clima da guerra civile, significa che quel modo di fare musica e soprattutto quei testi non sono così innocui né soltanto trasgressivi, ma posseggono un contenuto eversivo che probabilmente noi europei non possiamo comprendere fino in fondo.

Nel febbraio 2015 avviene però un notevole cambiamento che riguarda anche noi che ci occupiamo di musica, e che in realtà ha avuto meno risonanza di quanto si sarebbe potuto pensare, o comunque non ha mosso riflessioni importanti su quanto stia mutando il rapporto tra pop e lotta politica. Col singolo I Can’t Breathe, prima canzone del collettivo scritta e cantata interamente in inglese (e dedicata a Eric Garner, soffocato e ucciso dalla polizia a New York apparentemente senza motivo), le due più famose Pussy Riot, Maria Alyokhina e Nadya Tolokonnikova, congelano nel passato le chitarre distorte e il punk più grezzo per avvicinarsi a uno stile decisamente più pop, come pop è ormai diventato l’immaginario legato alle Pussy Riot dal 2014 in poi, cioè dopo la scarcerazione delle due ragazze appena citate. Nadya, in particolare, è diventata il volto più noto (anche perché estremamente magnetico) identificato dai media come simbolo del movimento, cosa per la quale è stata criticata poiché il collettivo Pussy Riot era nato come anti-gerarchico e anticapitalista, quindi in contraddizione con il suo successo mediatico. Se la maggior parte di loro (secondo le ultime notizie, una decina) continua a restare sotto anonimato, lei è l’unica che si espone totalmente alla gogna e alla culla mediatica, alle critiche ma anche al vantaggio di avere dalla propria parte la potenza dei media.

La Tolokonnikova intraprende ora un percorso in solitaria ma sempre targato Pussy Riot con l’EP xxx, composto da sole tre canzoni che, unite anche alle esperienze dell’ultimo anno – la già citata I Cant’ Breathe, Refugees In (at Banksy’s Dismaland), l’apparizione in House of Cards e il brano Chaika scritto in collaborazione con TV On the Radio – corrispondo a un definitivo quanto spiazzante mutamento stilistico che non può essere casuale né può rimanere espressione artistica passeggera e inosservata. Siamo molto lontani da quella Putin Will Teach You How to Love: sebbene anche Don’t Cry Genocide del 2015 segua gli stilemi del punk, appare musicalmente ripulita dalle distorsioni e dai colpi violenti delle chitarre e delle urla dei primi brani delle Pussy Riot. Le tre canzoni di xxx hanno sonorità decisamente più pop, electro pop e R&B, accompagnate da testi in lingua inglese, ad esclusione di una Organs in lingua russa. Con le Pussy Riot il pop diventa uno strumento rivoluzionario, di lotta politica e di provocazione costante, soprattutto verbale.

Con questo EP, dal dissenso nei confronti del governo russo si approda al dissenso a livello globale. La Tolokonnikova colpisce anche quello che (all’uscita dell’EP, il 28 ottobre 2016) era il candidato alle elezioni USA contro Hilary Clinton e non ancora presidente degli Stati Uniti: «Could you imagine a politician / calling a woman a dog?». Nel video di Make America Great Again (diretto da Jonas Akerlund, che ha lavorato anche con Coldplay, Beyoncè e Madonna) le immagini provocatorie in chiave parodica mostrano come sarebbe stata l’America se avesse vinto Trump: donne marchiate a fuoco per aver abortito, per essere troppo grasse o per essere omosessuali. Trump viene accostato a Putin, gli Stati Uniti alla Russia: «From Russia to the States / we tearing up the place», cantato su un rilassato R&B pop. La produzione, d’altronde, è di Ricky Reed, autore di alcuni brani di Jessie J, Pitbull, Icona Pop, Megan Trainor e altri. Straight Outta Vagina, in collaborazione con Desi Mo e Leikeli47, rappresenta invece il principale principio di lotta delle Pussy Riot, ovvero il femminismo. È un pezzo super pop, a sprazzi rap alla Missy Elliott, nel quale la reiterazione della parola “vagina” si scontra con una società patriarca misogina e con una visione “fallocentrica” del mondo: «Does your vagina have a brand? / Let your vagina start a band / If you vagina lands in prison / Then the world is gonna listen […] Vagina is where you’re really from».

Organs, unico brano in lingua russa, rimane il pezzo più autentico ed evocativo, più vicino forse al sentire delle Pussy Riot, visto che parla esclusivamente della loro madrepatria: mentre canta (parla, rappa, non so) della militarizzazione e della condotta guerrafondaia della Russia, Nadya è immersa in una vasca da bagno piena di sangue. Oltre alla potenza delle immagini, gli inserti elettronici dalla metà della canzone, pacatamente tristi, consegnano una sfumatura di intimo dolore, trasmesso di rado dalle Pussy Riot e presente forse soltanto in I Can’t Breathe. La confidenzialità dell’atmosfera della canzone non esclude un testo duro, amaro, mirato, voce del dissenso: «My strap-ons are being replaced with uniforms and icons / Shitfaces parliament bans condoms / Agony, spasm, big bang of the falling down crown […] See what we’ve got instead: FSB, prison camps, handcuffs, fences / Putin’s gofers, crooks, thieves / Iron curtains, prison grub, locks / Jail corridors, chords of bars». Ma soprattutto: «My president replaced his dick with an ICBM / Freedom and bondage is the same shit now».

Non si sta dicendo che le Pussy Riot e Nadya Tolokonnikova siano le migliori autrici nella storia della musica pop, ma non è neanche questo il loro intento. La loro entrata nel pop ha una valenza molto diversa da ciò a cui siamo abituati: il collettivo femminista russo sta ancora combattendo contro gli spazi chiusi del proprio Paese e sta provando ad esprimere il dissenso con la voce del pop. Sembra mantenere ancora la genuinità ideologica e ribelle, che si spera non possa scomparire in un batter d’occhi solo con uno sventolare banconote davanti agli occhi o con la fama passeggera. Forse molti artisti si accontentano di diventare celebri a un certo punto della loro carriera, senza puntare a fare la Storia. Le Pussy Riot stanno provando a fare magari non la Storia della musica, ma sicuramente la storia della musica d’antagonismo, dell’activist music. Se questo EP è il preludio di un album che riuscirà a cambiare non solo la nostra visione della disobbedienza civile 2.0 ma anche del pop in quanto genere musicale che può superare l’ordinarietà del suo essere passatempo, allora avranno vinto e daremo totalmente ragione a Thurston Moore, che le considera uno dei più importanti gruppi di questi anni.

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