Recensioni

3

Purple Hearts di Elizabeth Allen Rosenbaum è uno dei film più visti dell’estate 2022 targata Netflix. Tratto dal romanzo omonimo di Tess Wakefield, la pellicola è un dramma romantico che ha tutti gli ingredienti giusti per il pubblico più giovane, decisamente il target preferito dalla piattaforma streaming.

Su Netflix, infatti, pullulano teen drama e young adult dal valore artistico irrilevante, il cui scopo è solamente alimentare l’algoritmo, senza preoccuparsi di imporsi tra i competitor per qualità. Purple Hearts rientra perfettamente in quest’ultima categoria. La piattaforma, in passato, ci ha provato con The Irishman di Scorsese, Marriage Story di Noah Baumbach o Roma di Alfonso Cuaròn, film apprezzati dalla critica che pure si son ritagliati dei posti tra le maggiori premiazioni, ma che hanno portato a Netflix pochi stream a fronte di costi anche esorbitanti, come nel caso dell’opera di Scorsese. Purple Hearts continua dunque l’infausta tradizione delle sue pellicole mediocri dal pronto consumo.

Cassie (Sofia Carson) è una aspirante musicista di origine messicana, è malata di diabete e ha problemi economici a causa delle costose iniezioni di insulina. Luke (Nicholas Galitzine), orgogliosamente americano, è un marine dalle posizioni decisamente conservatrici che ha contratto un grosso debito con uno spacciatore di droga. I due decidono di sposarsi per convenienza: grazie al matrimonio, Cassie si assicurerà l’assicurazione sanitaria prevista per le mogli dei soldati, Luke riceverà il bonus economico che spetta ai marine coniugati. I due sono divisi da ideali e visioni della vita completamente diversi, ma il dramma della guerra in Iraq li avvicinerà.

Non è difficile immaginare da dove provenga il significato del titolo del film, che si rifà all’omonima decorazione delle forze armate statunitensi: il cuore viola è l’unione dello spirito blu democratico di Cassie, figlia di immigrati, femminista e pacifista, e lo spirito rosso repubblicano di Luke, cresciuto sotto i dettami di Dio-patria-famiglia. Sotto la bandiera, le tematiche sono le più classiche dei film romantici, in particolare quelle populiste di stampo ’80: da nemici i protagonisti diventano amanti, c’è un finto matrimonio, la retorica dell’amore a distanza tra il soldato e l’amata… Il risultato? Un polpettone di due ore, con un finale prevedibile e un’evoluzione altrettanto scontata.

Da questi ultimi difetti nasce il problema più lampante della pellicola, ovvero l’eccessiva lunghezza, e a peggiorarne le sorti contribuiscono i numerosi intermezzi musicali, una serie di melense canzoni da Disney saga cantate da Sofia Carson, guarda caso ex star del canale che tuttavia – poco male – si dimostra la più talentuosa del cast. La scarsa alchimia tra i protagonisti è tuttavia il difetto maggiore: nella prima notte di nozze i due passano dall’essere sconosciuti a piccioncini senza un copione o una recitazione che ne giustifichi o sottolinei il passaggio. La colpa è soprattutto del protagonista maschile, un modello ancor prima che un attore. Una figura 2d che nulla ha a che vedere con il Maverick di Tom Cruise o il personaggio di Channing Tatum in Dear John, e nemmeno l’ultra cattolico Desmond Doss (Andrew Garfield) di Hacksaw Ridge. Paradossale che i momenti in cui sembra risaltare di più sulla scena siano quelli in cui dà sfogo ad atteggiamenti sessisti (vedi la scena iniziale del bar).

Del resto, ad eccezione della protagonista, è l’intero cast a risultare macchiettistico, incastrato com’è in scatole narrative che non danno margine d’azione alcuno. Aspetto quest’ultimo che fa del film un mancato erede degli adattamenti dei romanzi di Nicholas Sparks che, per quanto non fossero mai stati rivoluzionari, quanto meno regalavano (a volte) momenti di buona recitazione e buona regia. In Purple Hearts dobbiamo pure accontentarci della fotografia col filtro Instagram d’ordinanza Netflix con l’aggravante ideologica sottesa alla trama: un’operazione di propaganda militare, fitta di retorica sul valore dell’esercito americano al cui confronto le altre tematiche (la sanità, l’inclusione, l’impoverimento culturale ed economico) appaiono per quello che sono: mero guardaroba.

La questione non è se sia giusto o meno esaltare la retorica militare (esacerbata dal brano più importante del film, Come back home), ma se abbia ancora senso farlo nel 2022, rappresentando in questo modo commilitoni razzisti e misogini. L’intento del film pare voler suggerire il rispetto e la comprensione reciproca ma finisce per elogiare il riscatto di un uomo repubblicano che non affronta chissà quale evoluzione. L’unica a cambiare è lei, che ottiene il successo tanto sperato con un brano sui marine, aggiornando la Gen Z sull’eterno slogan della land of freedom and opportunities. Cass è una self made woman in una Paese che non sarà sempre giusto e corretto, ma in cui tutti ce la possono fare.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette