Recensioni

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Si scrive Austin, si legge psichedelia. Troppo facile l’equazione, almeno per quel che riguarda questa accolita di sfattoni riunitasi sotto il nome Pure X. Nate Grace, Jesse Jenkins e Austin Youngblood prendono la fattanza tipica di quelle latitudini – della serie provate voi a vivere a quelle temperature senza che si infetti il cervello – e la riciclano in forme shoegazin’ care ai figliocci d’Albione. A venire in mente sono ovviamente i Jesus & Mary Chain, depurati però di ogni riferimento al wall of sound tipico di casa Reid (Dry Ice), così come qualcosa di altrettanto inglese come certe dissolvenze alla Ride (Stuck Livin) o alcune movenze freak del sottobosco americano come gli esordi dei Mercury Rev (Yerself Is Steam, in particolare). Il tutto passato nel tritacarne slow- che fu dei Low e Codeine e messo a cuocere nella psichedelia texana meno ortodossa.

Ecco così che tra morbide delicatezze Slowdive trattate alla maniera sognante dei Sigur Ros (Dream Over), desertiche evanescenze figlie di un doping cangiante (l’iniziale Heavy Air) e outtakes da Psychocandy mandate alla metà dei giri (Half Here) è tutto un cullarsi nella narcolessia esattamente a metà tra l’onirico e il lisergico. Come dei Codeine texani, tra lande sabbiose e infiniti orizzonti sfocati dal riverbero del sole, quando si perdono riferimenti e punti fermi e l’abbandono è l’unica possibilità. Ne esce una sorta di rock dreamy, mai aggressivo e sopra le righe ma coinvolgente e fuori asse, drogato e in bassa battuta come potrebbero essere i suoni provenienti da un jukebox di pop-songs anni ’60 lasciato ad abbrustolire sotto il sole cocente del deserto texano.

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