Recensioni

6.8

Si respira aria di elezioni in terra statunitense, e anche i Public Enemy si sono mobilitati per ricordare al loro pubblico da che parte votare (o meglio, anzitutto di votare). Lo hanno fatto prima con il (falso) siparietto dell’abbandono di Flav, e ora con un nuovo disco che aggiunge qualcosina al precedente Nothing Is Quick in the Desert del 2017. Parliamo comunque di poca cosa in termini di pezzi nuovi: la sensazione è soprattutto che piuttosto dell’urgenza espressiva abbia giocato un ruolo importante il tempismo. In questo senso sembra di avere tra le orecchie la controparte sonora delle magliette con scritto “VOTE” a caratteri cubitali che stanno indossando i giocatori NBA dall’inizio di questi playoffs. Vale a dire: siccome un’eventuale rielezione di Trump sarebbe un disastro per chiunque (compreso chi lo vota), proviamo a sensibilizzare un elettorato – afroamericano – che storicamente vota poco.

Parlando di muisica, in questo senso c’è poco da fare: saranno anche passati trent’anni dall’originale ma Fight the Power Remix 2020 è il pezzo migliore possibile per fotografare la situazione socio-razziale in America, oggi. Le strofe di Nas, Rapsody, YG e Black Thought sono degli schiaffi in faccia tirati con la cattiveria giusta, e riescono ad aggiornare quanto basta un pezzo che oggi resta purtroppo più attuale che mai. Anche il primo singolo State of the Union presenta un Chuck-D piuttosto agguerrito e incazzoso, che non le manda esattamente a dire al suo presidente («End this clown show for real, estate bozo / Nazi cult 45, Gestapo»).

Politica a parte, questo è anche il disco che segna il ritorno con la Def Jam, e quindi giustamente il tutto ha spesso il sapore di una bella pizzata di rimpatrio con gli amici: e allora via ai feat. di nomi storici dell’etichetta, dai Run DMC ai Beastie Boys, navigando tra beat a base di chitarre e batteria, tutto esattamente come una volta. Prendiamo GRID, con i feat. di George Clinton e Cypress Hill, che si regala un ritornello a metà tra When the Shit Goes Down e un generatore automatico di pezzi dei Parliament, il tutto sopra un beat che potrebbe essere uscito da Freaky Styley dei Red Hot Chili Peppers. Il messaggio è chiaro: questa è musica di trent’anni fa, che non si è mossa di un centimetro da allora. Se il suo messaggio suona ancora attuale, forse abbiamo un problema. 

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