Recensioni

Indimenticati alfieri e iconici protagonisti della – a sua volta influentissima – ondata techno minimalista che è seguita alla rivoluzione operata nei 90s sul genere dai Basic Channel (e che ha aperto le porte alla techno dub e a tutte le sue evoluzioni a venire), i Porter Ricks, quelli del leggendario Biokinetics e dello scuba sound, erano tornati ad incrociare le loro rotte nautiche con un buon EP pubblicato lo scorso anno, Shadow Boat, in cui in sostanza aggiornavano il verbo più da un punto di vista tecnologico che non del concetto, dell’approccio o semplicemente dell’immaginario. Quella prova ne ha segnato il ritorno a ben 17 anni di distanza dall’album in combutta con Techno Animal Symbiotics (Mille Plateaux, 1999), oltre a proseguirne il discorso senza troppe nostalgie, riportandoli ad un suono ispirato dall’acqua non tanto nella direzione delle avventure afrofuturiste dei Drexciya, quanto in quella del suo esistere e fluire, del suo legarsi tanto ad elementi terrestri quanto alla vita stessa.
Questa reunion significa innanzitutto per l’isolazionista, scultore di suoni e sound designer, Thomas Köner, il ritorno ai beat e a ritmi che immaginiamo siano il campo d’azione privilegiato dell’ex ingegnere del suono di Dubplates & Mastering Andy Mellwig, uno che ha prodotto principalmente sotto l’alias Continuous Mode da fine ’90 ad inizio 00s e che pertanto non è stato affatto attivo, discograficamente parlando, quanto l’amico. Dunque il comeback della ragione sociale si presenta come un ritorno appassionato e convinto al più intimo core del progetto da parte di Köner e del ritrovato compagno, a una techno dub di cui la coppia fu innovatrice, e a quell’immaginario acquatico naturalistico che dall’osservazione di ciò che si agita al di sotto del moto ondoso si propaga allo scandaglio dei fondali, fino al contatto con i porti e l’insediamento umano, senza tuttavia mai toccarli veramente.
Lo scarto tematico introdotto da queste ultime due prove sembra ricondursi proprio ad un ulteriore avvicinamento in questo senso, detto altrimenti, ad una immersione col boccaglio dove gli elementi sono più visibili, come accade nella traccia posta in apertura dell’album. Lì certi riff electro 90s (paraggi Autechre) che simulano i movimenti dell’anguilla si combinano con i binari di un ronzante battito in 4/4 accompagnato da presagi e minacce electro/noisey incombenti. La velocità si piazza attorno ai 120bpm, che sarà poi quella media di un album giusto più mimetico, fatto con la passione per l’incastro e soprattutto per il modelling dinamico di suoni aspri come increspati, schiumosi come traslucidi, apparecchiati su un manto sonoro che si avvale delle proverbiali tecniche da studio del dub (Port Of Tangency) come housey groove (Sandy Ground) e di strutture techno. Nessuna novità sostanziale o rivoluzione da queste parti, ma vuoi mettere il piacere d’ascoltare due ispirate menti germaniche alle prese con una materia che tuttora maneggiano come pochi altri?
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