Recensioni

7.2

Scorrendo i titoli è impossibile non pensare a De André, ovvero alla formidabile parata di personaggi allestita con Non al denaro né all’amore né al cielo. Ma se il capolavoro del cantautore genovese sciorinava una rassegna di giudici, matti, chimici, blasfemi e via discorrendo ispirandosi a Spoon River di Edgar Lee Masters, Porfirio Rubirosa identifica invece i protagonisti dei suoi siparietti con sette esemplari di un peccato capitale – dal superbo all’accidioso – modulando stile musicale (ora maneggia cantautorato folk, quindi passa al pop oppure a un rock in bilico tra post punk e nebbioline prog…) e tono lirico, ricorrendo senza timore né boria alla citazione colta (il disco si apre addirittura con un brano tratto dall’Iliade) e fidando nel potere dissacrante e rivelatorio del pastiche.

Se quello dei peccati capitali può essere considerato il vero e proprio concept, Il furore composto però scarta di lato, lavora tra le linee e in obliquo, filtra tra gli strati del senso comune per esplorare la superficie del bozzolo civile che indossiamo un po’ come uniforme e un po’ come corazza, e che finisce per costituire la membrana su cui si depositano i germi del disequilibrio psichico ed emotivo, del disagio profondo, dell’insoddisfazione che intossica l’idea di ciò che ci sentiamo obbligati ad essere. 

Il passo incalzante e i versi srotolati con piglio sardonico, Un superbo apre la scaletta sbucciando il frutto inacidito e paranoico dell’egocentrismo social(e), per poi confluire senza soluzione di continuità nel valzerino acrilico di Un avaro con la sua carrellata di fobie che diventano barricate tra sé e la vita. Se Un invidioso è una ballata mid tempo spinta da chitarra e piano che rimanda a certo Giancarlo Frigieri, e se Un goloso – cronaca di un’abbuffata senza limiti né domani – galleggia sorniona e beffarda tra arpeggi cristallini, elettricità strinita e una drum machine basale, Un iracondo azzecca forse l’acme della scaletta col disvelamento progressivo di amarezze che hanno incancrenito un rapporto tra padre e figlio (“Ti devo soltanto la mia ossessione/Di essere il contrario di te in ogni mia azione”), chiamando in casa languori cantautorali, insolenza da chansonnier ed esotismi sixties. 

Ricorda invece certo gusto 70s per le parabole rurali un po’ sghembe e un po’ ferine la conclusiva Un accidioso, che tra umori e guizzi latini pennella la cronaca di una crisi familiare osservata dal punto di vista cinico e sprezzante dei compaesani (curiosità: l’accordo di piano nel finale allude esplicitamente a quello celeberrimo di A Day In The Life), mentre Un lussurioso rimastica ballatine solari anni Ottanta con il candore spudorato dell’it-pop permettendosi di sfogliare anedottica sessuale disarmante e azzeccando un ritornello da abc radiofonico, per poi spegnersi in un orgasmo vocale alla The Great Gig In The Sky (affidato a Sara Lupi).  

Se debiti e coordinate stilistiche di Rubirosa rimandano al cantautorato italiano disallineato alla Piero Ciampi, e se il taglio dissacrante può indurre l’ascoltatore ad assimilarlo al pur nobile novero del demenziale, va sottolineato come in questo caso – più che nel già intrigante predecessore – i motivi di interesse arrivano anche dalle musiche. Probabilmente è merito anche della scelta di affidare ad altri la produzione artistica (è la prima volta che accade), ovvero a Fabio Merigo (già con Tricarico e Giuliano Palma & The Bluebeaters) che si fa apprezzare per la capacità di cucire abiti sonori a misura di ogni canzone stemperando economia ed inventiva, finendo per suonare alieno rispetto a dinamiche e volumi della musica che gira intorno, ma non certo meno contemporaneo, anzi proprio per questo più significativo e sensato. 

Forse è il momento di prendere sul serio la dadaistica lucidità di questo avvocato veneziano, la sua riflessione arguta e ramificata sulla frattura tra identità e ruolo che a ben vedere inizia fin dal nome d’arte, così novecentesco ed elusivo. Così emblematico.     

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