Recensioni

Wake Up! come Svegliaaaa!!!1!! o – più pacatamente – Sveliatevi? Disco confezionato da dio (ma a cui il miracolo non riesce ugualmente)? Papa was NOT a Rolling Stone (but a Orme)? Con quale battuta cominciare? E, poi, sotto quale genere rubricare questa cosa (spoken word – pop – orchestrale – psichedelia)?
Occhio, però, alle battute. Perché farà anche strano aggiungere nel database di Sentireascoltare “Pope Francis” come Artista, ma qui tutto quadra e niente è fuori posto. Le rockstar stanno al centro di grandi raduni pubblici in cui offrono ai propri fan adoranti – che tanto hanno faticato per essere lì, hanno atteso ore ai cancelli, cercano nella celebrazione del rito un contatto e una benedizione – il loro repertorio e pubblicano dischi che sono stravenduti a prescindere dal loro valore estetico e mettono lingua su argomenti che non sempre sono affare loro. Quello di Papa Francesco è il profilo di una rockstar a tutti gli effetti e, in effetti, fa la rockstar (così come Bono ha spesso creduto di essere lui il Papa, probabilmente). Tutto in regola, quindi, anche se è inevitabile che la notizia del “disco prog” del Santo Padre abbia fatto impazzire i media, generalisti e soprattutto di settore, venendo accolta come una di quelle cose che credi non potrai vedere mai concretizzarsi, e invece sì.
Le battute le lasciamo da parte, anche perché dallo sfottò alla bestemmia il passo non è poi lunghissimo (ed è proprio così che alcuni geni dell’originalità dell’Internet hanno accolto la cosa, commentando a suon di cristi in calce alle news di molti quotidiani online). La devozione è qualcosa di trasversale alle categorie di sacro e profano: i tifosi adorano Maradona come un dio (in senso lato e in senso stretto), gli zappiani fanatici si tatuano la copertina di Chunga’s Revenge addosso, la gente compra la reliquia o – troppa grazia – il rosario benedetto di padre Pio in edicola. Sulla monetizzazione, poi: laddove c’è investimento del cuore, c’è quello de li sordi, laddove c’è il trino, c’è anche il quattrino. Ancora: se già giudicare è da poveracci, prendere per il culo non è nemmeno un’opzione. Se dobbiamo parlare parliamo, non ciarliamo. Insomma, tutto ciò per dire che: basta pensarci su due secondi, e una cosa come “il disco di un Papa” non dovrebbe suonare più come qualcosa di alieno o risibile. Sono passati secoli – anche se non in senso temporale – dalla condanna del rock da parte della Chiesa: Wojtyła prima aveva rigettato, come tutti, e poi riabilitato, cominciando con Bob Dylan. Musica e religione sono un matrimonio in paradiso, e noi sogniamo futuramicamente un disco electro con il papa del futuro, quello spaziale, una cosa che peraltro avrebbe senso, seguendo un filo rosso che dalle messe nobili della musica classica, passando per quelle orgiastiche tipo Mass in F Minor degli Electric Prunes e quelle panteistiche dell’ultimo Coltrane, arrivi al Christian Dubstep (non ci siamo fatti mancare niente). A ciascuno i suoi esotismi: la liturgia in latino è affascinante per chi non l’ha mai sentita prima e lo stesso potrebbe valere benissimo per la devota di Radio Maria che vince la diffidenza e dà una chance a un loop con sopra le parole del beniamino che la notte precedente – cinquant’anni prima – le ha salvato la vita (pur non essendo esattamente un DJ).
Bene, detto questo, Wake Up! è davvero un disco da missione (im)possibile? Sì e no. Esistono i dischi coi discorsi dei caporioni carismatici, di Hitler, di Mussolini. Papa Giovanni aveva fatto Abbà Pater e anche papa Ratzi, incredibilmente, poco fonogenico com’è, aveva avuto il suo album (tutti “colpa” ‘sti dischi di colui che è poi responsabile anche di questo, Don Giulio Neroni). Qui però la sensazione è stata veramente grande, per tutta una serie di motivi. Intanto, Francesco ha forse già sorpassato a destra in popolarità Wojtyła, altro che santo subito. A essere superata a destra è proprio la realtà in generale: Boris aveva immaginato Il giovane Ratzinger e il film agiografico su Bergoglio, vivente, sta per uscire nelle sale. C’è una cascata di libri-enciclopedia. C’è, soprattutto, il Giubileo, straordinario come il suo custode. Scalando di taglia, questo si annunciava non come il solito disco oscillante “tra il World Folk del genere di quelli suonati dai peruviani nelle piazze di tutto il mondo, Enya e le preghiere cantate su arie da messa domenicale di provincia” (grazie, Linkiesta; per inciso, The Day the Music Died è probabilmente ogni domenica), ma, appunto, come il “disco prog” del Papa, cioè una roba mai vista. È così?
Un team di professionisti, coordinato dal principale compositore dei pezzi e produttore artistico del progetto, l’ex tastierista delle Orme Tony Pagliuca (a garantire la progghitudine del tutto), ha cucito addosso e accanto a frammenti dei discorsi del Papa presi in giro per il mondo brani originali che riattualizzano temi e motivi di ispirazione cristiana tradizionale. Lo sforzo c’è stato sicuramente, ma si respira comunque un’aria di ecumenismo pop-world – i testi sono al 99,9% in italiano e spagnolo – democristiano, con le musiche che passano da questo famoso (soft)prog, al pop orchestrale, a momenti – giustamente – connotati latin. Il risultato è sì diverso dal tetrume di quanto fatto finora (sì, ci siamo fatti un’idea skippando lo storico alla veloce su YouTube), ma comunque kitsch. Allo stesso tempo, non tanto kitsch quanto si potrebbe immaginare vedendo l’equazione sulla carta (ecco i tag usati dal “Fatto” nel suo articolo di presentazione del disco: Album, iTunes, Jorge Mario Bergoglio, Progressive, Rock, Vaticano – cos’è, un horror sonoro?). Dominano i cori, le progressioni enfatiche, gli accostamenti sperticatamente sincretici tra “base” e voce di Bergoglio, sorpassando a destra – ancora – il Battiato più solarizzato e clicheistico. Eppure. Eppure, pur nella loro tensione generalista, nel loro confettismo massimalista, questi pezzi hanno un loro profilo, una loro eleganza. Un loro equlibrio interno. Come una torta nuziale bianca e pannosa, che diversa da quello che è non può essere, ma almeno può non essere così pacchiana da stordire l’occhio e non così dolciastra da guastare la bocca. Praticamente solo la title track indulge davvero in un rockettarismo ampolloso imbarazzantemente datatissimo, una cosa che può suonare “rock” solo perché caricaturalmente tale e, quindi, decodificabile, subito, per le orecchie di chi mai l’ha masticato se non per – caricaturata – interposta persona.
Vi è qui dentro musica dal profondo? Vi è qui musica che nella sua tensione tra apollineo e dionisiaco riconcili con il divino anche il miscredente? Si ride, almeno, o ci si fa accapponare con gusto la pelle (livello “Orrore a 33 giri”)? È un disco che ha motivi di interesse al di fuori della fede, della papamania o della curiosità un po’ rozza, un po’ hipster, comunque un po’ fine a se stessa (e che dura giusto mezzo pomeriggio)? Per carità.
Ascoltare per credere. Andate in pace, fratelli. Amen.
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