Recensioni

Die Lit, con tutti i suoi limiti, l’avevamo promosso a discreti voti. Merito di un riduzionismo produttivo che sembrava molto consapevole nel suo zuzzerellare con tutti i cliché del Soundcloud-rap. Questo nuovo e atteso Whole Lotta Red invece si rivela il proverbiale buco nell’acqua. Riferimenti risaputi tra titolo (il rosso dei Bloods e della lean) e copertina (il punk-magazine Slash) e un giochino che si smashera definitvamente nel suo voler a tutti i costi suonare come «l’alternativa non richiesta» al mumble-rap.
Vale a dire che le buone intuizioni precedenti vengono prese ed estremizzate al punto di non ritorno: beat ossessivi e scorticati fino all’osso, ad-libs a pioggia, melodie cupe e alienanti, durata irrisoria e caoticità della scaletta. Il terreno di partenza è lo stesso del tandem 21-Savage e Metro Boomin con i vari Savage Mode, ma invece di apparecchiare la tavola Carti fa finta di ribaltarla incazzato. Dovrebbe essere punk ma si compiace di esserlo, e così smette di essere punk prima ancora di aver iniziato. Abbiamo tra le orecchie una presa per il culo che sa di essere tale ma prova comunque ad abbindolare qualcuno. Ma è sconveniente scambiare per nuova ed esaltante un accozzaglia di 24 pezzi intercambiabili che altro non fanno se non sguazzare in una comfort-zone finto-slabbrata: le autistiche frasi sconnesse e ripetute allo sfinimento, i bignamini 8-bit e i bassi talmente distorti che sembrano registrati con un telefono a conchiglia, il grado zero dei testi e le onomatopee infinite, tutto è già visto e pretestuoso.
Diciamo che Look at Me! ormai ha già tre anni e in fondo aveva già detto tutto quello che c’era da dire, e che questo è il disco ruvido per chi non ha mai provato un disco ruvido. Cestinare e passare oltre.
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