Recensioni

5.8

I Piano Magic sono tornati dopo l’abbuffata new wave di Ovations. E si rivoluzionano con Life Has Not Finished With Me Yet. Lo fanno guardandosi allo specchio, quasi a voler rendere suono una frase di Samuel Beckett, in sintesi, “se si vuole resistere, bisogna alimentarsi ed eliminare”. Eliminiamo, riduciamoci all’essenziale. Via gli orpelli squisitamente post (punk?) rock dell’ultimo decennio, spazio al minimalismo più insistito. E l’atmosfera ricreata travolge, si e ti svuota addosso lasciando (l’amore?) no, l’amaro in bocca per la mancanza di enfasi, di soluzioni, di profondità, di qualità dei pezzi in scaletta.

L’iniziale Judas, così isolata dai suoi leggeri intarsi orientaleggianti, abusa, come d’altronde tutto l’album, di una lezione trita e ritrita già vent’anni fa (il dark più chiaroscurale e declamatorio che possiate immaginare) fatta esclusivamente di riflessi immobilizzati e riverberi atmosferici, svanendo tra i fumi di una creatività incapace di fuoriuscire dagli schemi di genere. Tutto troppo – perfettamente – confezionato, ragionato, senza slanci, senza cambi di ritmo, né attacchi frontali, emotivi o musicali è indifferente. Una stasi musicale incapace di raccontare la stasi dei nostri cuori, o di qualsiasi anima. Dai contorni affabulatori il mantra delicatamente ossessivo di Life Has Not Finished With Me Yet riempie di fumo lasciandosi sospeso, o ancora, per fare due esempi analoghi, The Way We Treat The Animals (dei Bark Psychosis fieramente indecisi su che direzione intraprendere per concludere il pezzo). E di questo passo tutto si risolve, se va bene, tra i solchi di una qualsiasi cover band dei Dead Can Dance (Sing Something), tra l’impalpabilità di sonorità eighties fuori tempo punto (Chemical20MGS, perfetta sintesi tra ovvietà e confusione, un riempitivo tra i riempitivi) e l’immancabile capitolo acustico (Lost Antiphony) di cui si sentiva la mancanza, sì, ma nei dischi precedenti, quelli riusciti. Unica eccezione The Slightest Of Threads dove la flebile impalcatura sonora trabocca in uno sciame metafisico e promiscuo, naturale, quasi istintivo nella sua quasi ritrovata voracità sonica, il tutto arrichito da una vocalità finalmente bucolica.

Un lavoro che non rapisce risultando ostinatamente manieristico e insensibile nella sua seppur apprezzabile – e alla lunga ridondante – perfezione stilistica. Per una volta, i Piano Magic hanno costruito la scaletta perfetta – sempre assente nei precedenti, troppo eterogenei se si vuole trovare un difetto, senza una direzione che sia una – dimenticandosi di scrivere le canzoni. La formalità new (neo, post, chissà cosa) wave raramente è stata così insensibile, nonostante la contraddistingua da decenni, immobile. Come diceva sempre Beckett, “fallire ancora una volta, fallire meglio”. Speriamo

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