Recensioni
Phil Lord e Christopher Miller
L'ultima missione: Project Hail Mary
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Jacopo Fioretti
- 25 Marzo 2026

Il primo approccio del duo composto da Phil Lord e Christopher Miller al post-apocalittico risale al 2015 con The Last Man on Earth: una serie che partiva da un’idea stand alone in chiave ironica per poi allargare il raggio, ribaltando un immaginario votato al fallimento delle relazioni in un racconto che ne evidenzia invece il valore.
È, più o meno, lo stesso nucleo ideativo di L’ultima missione: Project Hail Mary, la pellicola più ambiziosa del duo – almeno per quanto riguarda il live action. Dopotutto parliamo degli autori di The LEGO Movie e degli Spider-Man – Un nuovo universo e Spider-Man: Across the Spider-Verse: qui però siamo anche di fronte a una vera e propria summa della loro poetica, oltre che della loro capacità di adoperare il mezzo audiovisivo con precisione tecnica.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Andy Weir, già autore di L’uomo di Marte, adattato per il grande schermo da Ridley Scott. Anche questa volta la materia narrativa si presta a una trasposizione che valorizza la conoscenza dell’autore per la tradizione fantascientifica statunitense del Novecento. Un punto di partenza solidissimo che, nelle mani di Lord e Miller, si trasforma in qualcosa di notevole.
Da qualche parte nello spazio, a miliardi di anni luce dalla Terra, un’astronave ospita un solo membro vivo: Ryland Grace (Ryan Gosling), ex insegnante di scuola media e biologo molecolare, chiamato a portare a termine una missione da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità, minacciata dal progressivo raffreddamento del Sole.
A innescare la crisi è un microrganismo – l’astrofago – capace di “mangiare” l’energia stellare, osservato per la prima volta nella traiettoria tra il Sole e Venere. L’unico sistema apparentemente immune è quello di Tau Ceti. Da qui nasce il Progetto Hail Mary: una missione senza ritorno coordinata da una task force globale che coinvolge anche l’agente governativa Eva Stratt (Sandra Hüller). Le cose, naturalmente, non vanno come previsto.

Per scoprirlo una sorta di ONU /NASA supersegreta decide di costruire una navicella con il compito di recarsi in loco con un viaggio di sola andata. Il cosiddetto Progetto Hail Mary, per il quale viene reclutato il nostro biologo su scelta della stessa Stratt. Inutile dire che le cose non sono andate proprio come l’umanità sperava, fortuna vuole però che non sia solo l’umanità a essere interessata a risolvere il problema.
L’ultima missione: Project Hail Mary parte dalla suggestione dell’uomo comune alle prese con un evento epocale, una traiettoria resa popolare da Steven Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo. Un modello perfetto per Lord e Miller, che trovano in Gosling un interprete ideale del nuovo maschile hollywoodiano: autoironico, fragile, capace di oscillare con naturalezza tra registro drammatico e comico, tra one man show e buddy comedy.
Il vero punto di svolta è infatti l’ingresso in scena di Rocky, presenza aliena costruita attraverso un character design pensato per essere immediatamente iconico. Con lui il film devia da una fantascienza più intima e riflessiva – sostenuta anche dall’uso dei flashback – verso una commedia relazionale, luminosa e accessibile. È qui che il racconto trova la sua direzione più significativa: affrontare l’apocalisse attraverso il dialogo, la cooperazione, la necessità di capirsi.

La struttura è quella classica del blockbuster in quattro atti, spesso penalizzante in termini di fluidità, ma qui sostenuta da una scrittura capace di privilegiare la dimensione emotiva rispetto a quella più strettamente “nerd”. La componente scientifica resta solida e comprensibile, mai didascalica, ma è la costruzione dei personaggi a fare davvero la differenza. Il ruolo di Hüller, in questo senso, è esemplare: poche pennellate, massima incisività.
Anche sul piano visivo Project Hail Mary dimostra grande consapevolezza, soprattutto nelle soluzioni più artigianali legate agli interni dell’astronave. A completare il quadro è una colonna sonora dichiaratamente postmoderna, che rilegge brani riconoscibili per rafforzare il legame tra racconto, temi ed epoca evocata: da Sign of the Times di Harry Styles a Two Of Us dei Beatles, fino alla suggestiva E così per non morire di Ornella Vanoni.
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