Recensioni

Fenomeno insolito nel panorama sonoro italiano, Debora Petrina è una pianista e performer che ha saputo guadagnarsi le attenzioni del sempre attento (!) David Byrne col secondo album In Doma, uscito nel 2009 ovvero sei anni dopo l’esordio Early And Unknown Piano Works dove si permetteva di eseguire pezzi inediti di Morton Feldman nientemeno. Avanguardia, jazz, teatro, black music, rock, cantautorato: la ragazza ama svariare tra materiali eterogenei mischiando il sofisticato ed il terrigno, l’etereo ed il popolare, il dada e lo sperimentale passando per le lusinghe del pop più arguto. Spesso anche nella stessa canzone. Insomma, una specie d’aliena.
Con questo omonimo terzo opus fa il passo opportuno, cioè consolida la propria presenza sulla scena sbrigliando tutte le qualità in una dimensione che potremmo definire “alternativa espansa”, slalomeggiando tra sottigliezze cameristiche (la Tori Amos sul punto di avvampare avant di Niente dei ricci) e didascalie funky inacidite (Denti), sfarfallio radiante jazz/drum’n’bass come gli E.S.T. più sbarazzini (Little Fish from the Sky) e ghigno PJ Harvey in fregola prog/impro (Sky-Stripes in August, con la supervisione di Byrne e poi rivisitata dall’orchestra di Jherek Bischoff), vaudeville agrodolce (Dog In Space), inquietudine stilosa Cristina Donà (Vita da cani) e marcetta imbizzarrita Tom Waits (I Fuochi d’Artificio). Una misticanza d’intenti e attitudini cui va aggiunta la ciliegina di John Parish, chitarra nella torbida Princess.
Scrittura, arrangiamenti e produzione sono di livello ragguardevole (si senta su tutte come si compenetrano la psych resinosa, lo sfrigolio Terry Riley ed il piglio cantautorale di The Invisible Circus), peccato che le qualità di vocalist della ragazza non siano all’altezza di cotanto talento. E’ sbrigliata, disinvolta ma fin troppo scolastica, terribilmente ordinaria rispetto alla sfolgorante stranezza della proposta. Finisce per spandere su tutto un retrogusto d’accademia, ed è un vero peccato.
Amazon
