Album
New Blood
-
Andrea C. Soncini
- 4 Dicembre 2012
Un noto libro del critico inglese Edward Macan si intitola Rocking The Classics, qualcosa come Rockeggiando i classici – perdonate l’orribile traduzione dovuta a motivi di redazione ma anche al fatto che i tempi attuali sono quelli dell’accetta e non del fioretto – che riferisce alla pratica del Prog rock di pescare nel torbido e non della musica classica e farne materia rock(eggiante, appunto).
Peter Gabriel prende 14 dei suoi brani – alcuni considerati classici sia del suo repertorio quanto dell’intero patrimonio della musica rock: per esempio Don’t Give Up e Solsbury Hill – e girando la frittata di Macan, agghindando cioè il rock col vestito da cerimonia della (orchestra) classica pubblica, il 10 ottobre 2011, New Blood che a tutt’oggi, nel 2021, rimane il suo ultimo lavoro di studio.
Dunque The Rhythm of the Heat, San Jacinto, Intruder, Mercy Street, Red Rain e giù fino alla già citata Solsbury Hill che chiude il disco vengono di volta in volta ripristinate, edulcorate, impreziosite (?) di una aura che dovrebbe nobilitare il tutto. Rivedute attraverso uno specchio (molto poco) deformante, incipriate (quando suonavano così bene senza trucco, per così dire solo acqua e sapone: ricordate il primo Gabriel solista, quello che ritorna sul palco dopo le elaborate rappresentazioni di marca Genesis coi capelli a spazzola e scevro di qualunque pretesa teatrale, quasi punk? Bene questa è l’operazione opposta. Cosa significa?: dopo 30 anni Gabriel si è pentito?; dopo tre decenni Gabriel è diventato un facoltoso Sir che vuole seppellire un passato poco decoroso?; o più semplicemente Gabriel sta attraversando una lunga fase di stanca?)
Intruder, Wallflower, In Your Eyes, Downside Up, Digging in the Dirt, Darkness… (c’è un inedito: l’ambient(ale) A Quiet Moment: canto di volatili, vento, rumori della natura… alquanto floydiano) sono infuse di nuovo sangue? Può bastare un arrangiamento aggiustato (un cambio di passo, un pieno orchestrale in vece di una sferzata elettrica), la voce di Ane Brun a sostituire l’insuperabile Kate Bush, una formula oramai tanto consolidata quanto risaputa, per definire New Blood un disco del quale sentivamo la necessità? La risposta è nelle orecchie di chi ascolta. Di chi riesce a sentire o anche meglio di chi vuole sentire. Credere o vedere.
Da una mente sopraffina come quella di Gabriel ci si aspetta un semplice gioco di prestigio o un indubitabile passo in avanti, quelle poche, sempre più rare volte che mette fuori il naso dallo studio di registrazione con una lacca sotto al braccio? A distanza di nove anni dal precedente disco di materiale originale, Up del 2002, può bastarci il gioco delle ombre? In troppi hanno preso l’elettrico per renderlo acustico, pompato l’intimistico per adattarlo all’orchestra, decostruito l’orchestrale per sfrondarlo in asfittico e single(are), scollegato l’elettronico per ridurlo da camera, cambiato da biondo platinato a rosso Aladdin Sane.
New Blood è la coda di un progetto iniziato un anno prima, il 12 febbraio 2010, con Scratch My Back, disco di cover di altri artisti per soli voce & orchestra (curiosamente coordinato da Bob Ezrin, produttore del primo album di Gabriel, del quale in seguito il cantante si lamentò, insieme a Bob Fripp, non poco). Ma c’è un vecchio proverbio che dice “il gioco è bello finché dura poco”. E tra tante amenità senza fondamento, talvolta la saggezza popolare ci azzecca. Vogliamo nuova musica; di esercizi di stile ne abbiamo abbastanza.
Tracklist
Streaming
Spotify
Voti
Amazon
Discografia
Vota
- 1 The Rhythm Of The Heat
- 2 Downside Up
- 3 San Jacinto
- 4 Intruder
- 5 Wallflower
- 6 In Your Eyes
- 7 Mercy Street
- 8 Red Rain
- 9 Darkness
- 10 Don't Give Up
- 11 Digging In The Dirt
- 12 The Nest That Sailed The Sky
- 13 A Quiet Moment
- 14 Solsbury Hill
