Recensioni

6.5

Chissà se, dopo averlo contattato per acquistare uno dei suoi quadri con soggetto Lou Reed, Peter Buck è andato a spulciare nella sua sterminata collezione per ritrovare quella cassetta promo degli Auteurs dal titolo New Wave che aveva riposto lì nel lontano 1993. Gli amanti della scena inglese anni ’90 e del Brit Pop ricorderanno questo album che, a detta di alcuni – a partire dal suo autore, l’eclettico Luke Haines – è stato il precursore dell’onda che avrebbe portato alla ribalta band come PulpSuedeBlur e Oasis. Lo stesso Peter Buck, come da lui stesso dichiarato, era rimasto colpito dal talento espresso dal musicista di Walton-On-Thames, sia nel primo disco, che nelle successive opere da solista: tra tutte, l’album Baader Meinhof del 1996. Ma la stima reciproca non basta per far nascere una collaborazione. Per questo è servita la faccia tosta di Luke Haines, che, dopo aver venduto a Buck uno dei suoi quadri su Lou Reed per 99 sterline, ha pensato bene di mandare una email all’ex chitarrista dei Rem proponendogli di registrare un lavoro a quattro mani.

Da quel momento, alcune demo chitarra e batteria elettronica realizzate da Buck hanno incominciato ad attraversare l’oceano per sbarcare tra le verdi colline di Sua Maestà, direttamente nel cloud di Haines. Il quale, dopo aver inserito melodia vocale, synth e (spesso) flauti, ha rispedito tutto al mittente. Uno scambio che si è ripetuto per dieci canzoni, per una collaborazione a distanza che ha coinvolto l’intero processo creativo: i due non si sono mai incontrati, se non alla fine, per il mastering. È nato così Beat Poetry for Survivalists, primo lavoro che porta le firme congiunte di Peter Buck e Luke Haines. Nulla di nuovo sotto il sole, ma neppure nulla di veramente scontato. Peter Buck fa il Peter Buck, con ottime linee di chitarra che danno forza e compattezza al disco, lasciando ampio spazio alla creatività di Haines.

Il cantautore britannico si dedica ai testi e alle parti vocali, con il suo tipico songwriting automatico, fatto di citazioni, ritratti surreali e scenari apocalittici, a cui ci ha abituato nei suoi album da solista come New York in the 70’s e British Nuclear Bomb. Ne è il migliore esempio la straniante e vagamente dreamy Apocalypse Beach, seconda traccia dell’album, brano dagli echi floydiani, concepito senza una vera struttura ritmica, in cui lo strumming di una chitarra acustica e il contrappunto degli arpeggi di Buck accompagnano il parlato di Haines. È il racconto di una spiaggia di una Los Angeles post apocalittica in cui le persone stanno sdraiate sotto cieli rossi, mentre una radio suona all’infinito solo canzoni di Donovan Leitch. «Is anybody out there?», sono, invece, le prime parole che sentiamo pronunciate nell’album. Il brano di riferimento è Jack Parsons, dedicato all’omonimo scienziato statunitense con l’amore per l’occulto che, nella prima metà del secolo scorso, balzò all’onore delle cronache per essere stato tra i primi seguaci dell’esoterista Aleister Crowley. Ancora una volta, la parte ritmica è lasciata all’ex Rem, tra jangle sound, un pizzico di chorus e morbidi wah-wah, mentre non convincono i flauti inseriti da Haines.

Ha l’andamento di una corsa, la title track Beat Poetry for Survivalists: a un intro di chitarre nevrotiche, segue una lista surreale di oggetti e situazioni (dagli “home made transistor” ai “kids play inside”) in pieno stile beat, con il titolo della canzone ripetuto ogni strofa. Andy Warhol Was Not Kind e French Glam Man sono i pezzi glam del lotto, con richiami neanche troppi velati a Mark Bolan e David Bowie, mentre in Ugly Dude Blues è ben riconoscibile la mano di Buck, con un garage rock dal vago sentore di Troggs, band di cui anche Haines è grande estimatore. Alle atmosfere di Monster si ricongiungono, invece, le chitarre in overdrive di Bobby’s Wild Year (richiamo all’album di Tom Waits Franks Wild Years) sulle quali Haines racconta la storia di un barbiere, citando nelle prime righe A Tale of Two Cities di Charles Dickens.

Si sarà capito: Buck e Haines, ai quali si è unita l’esperienza di Scott McCaughey (Minus 5 e Rem), se la intendono benone e portano a casa, senza apparente sforzo, un album fatto d’esperienza, ma anche di generoso artigianato. Come spesso accade in questi casi, a mancare è la memorabilità, il pezzo da tenerci stretto negli anni, ma al netto di questi fattori, le nuggets in questione vanno giù che è un piacere. Sarà curioso vederli insieme sul palco per il minitour nel Regno Unito che parte ad aprile.

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