Recensioni

Secondo album dei ragusani Partinico Rose, Undeclinable Ways esce per una casa internazionale prestigiosa, la Earache: marchio che tutti ricordiamo soprattutto da Scum dei Napalm Death in giù, per il grindcore, il death metal, l’industrial-metal dei Godflesh o un certo crossover-metal, ma che apre i propri orizzonti anche a sonorità alternative, ambito in cui rientra la proposta del trio siciliano composto da Vincenzo Cannizzo (voce, chitarra), Massimo Russo (basso) e Carlo Schembari (batteria, synth), tutti musicisti navigati con diverse esperienze alle spalle in band indipendenti come The Stark, Carnival Ends, Enfant Terrible.
Chitarre aggressive comunque qui non mancano, a cominciare dal trittico iniziale formato dai brani Pitiful End, Prisoners e Crazy Shard, e dal singolo Rebuild, che tra i vigorosi riff – anche con piccole sfumature noise – e la guida solida, pulsante e sicura del basso, parlano la lingua di un (post)grunge nervoso e furioso, il cui mood traspare ancora più evidente dal timbro scuro-amaro e dai toni enfatici della voce, che subito fanno correre la memoria alle band degli anni ’90. Post-grunge che nei brani successivi prende una piega più cantautorale: rispetto ai punti di riferimento indicati dai Partinico Rose in sede di presentazioni del disco e di dichiarazione di intenti, cioè Tad, Mudhoney e Melvins, la direzione della band siciliana è infatti molto più melodica.
Il cuore di Undeclinable Ways è occupato per intero da ballate semiacustiche –Pettiness, la title-track e Unrequited Love – che si avvalgono tra l’altro dell’ottimo rinforzo del violoncello di Martina Monaca, o da mid-tempo coriacei ma strutturati su armonie da ballad come The Hard Competition e Tragedy, ricordando alla lunga i Bush di Sixteen Stone e Razorblade Suitcase, con un pizzico però di Cure degli anni ’90, e in testa modelli importanti come Elliott Smith o addirittura Nick Drake. Il pezzo finale, Enter, è quello che in parte si discosta, riprendendo una precedente vena dark e richiamando immediatamente alla memoria i Cure – stavolta degli anni ’80 – e i Bauhaus di She’s in Parties.
I pezzi sono tutti ottimamente scritti e il trio mostra di conoscere bene le grammatiche di due “generi” diversi ma tutt’altro che incompatibili: mescolando di più le carte e azzardando qualche incrocio più audace potrebbe nascere qualcosa di ancora più forte e particolare. Chissà che non sia il prossimo passo per il gruppo siciliano, che in questo buon lavoro lascia intuire anche ampi margini per evoluzioni future.
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