Recensioni

È una questione di qualità. E quella non manca al leader degli Afterhours. Manuel Agnelli sceglie il ricco Flowers Festival di Collegno per far partire un tour che lo porterà in giro in svariate location italiane. Il primo da solista. Più o meno… perché aveva girato con Rodrigo D’Erasmo in passato, ma quelli erano altri tempi. Oggi ha una band al completo. E che band! Da una parte i Little Pieces of Marmelade, reduci da X Factor e adottati dal cantante milanese. Pestano su chitarre elettriche e batterie, e offrono (DD, in particolare) quelle note vocali alte che non sono più nelle corde di Agnelli. Dall’altra Giacomo Rossetti, in prestito dai Negrita, al basso, e Beatrice Antolini al piano e suggestioni elettroniche. Non basta per definirlo il suo primo tour solista? Ebbene, Agnelli si sta preparando alla pubblicazione di un lavoro che porta il suo nome (e la sua faccia!) in copertina. Il titolo è Ama il prossimo tuo come te stesso e l’uscita è fissata per il prossimo 30 settembre.
I motori della serata li scaldano i Bengala Fire, altra band fuoriuscita dalla fucina di X Factor. Inutile dirlo, ex componenti della squadra di Agnelli, che fra Måneskin e altri, non si può certo dire che non abbia fiuto. I ragazzi di Treviso sono umili, emozionati, grati al loro mentore e all’organizzazione del festival per avergli concesso questo spazio. Non i migliori intrattenitori, ma dove manca l’originalità, sopperisce l’energia. Per cui, fra una cover di See Emily Play, i brani più noti (Valencia) e qualche inedito (Matador), il loro live scivola liscio. A dimostrazione che può esserci vita fuori dalla gabbia dorata dei talent. Basta dargli fiducia.
Che Agnelli fosse in fase nostalgica, si era capito già dall’ultimo singolo Signorina mani avanti. Tribale, inquieto, granitico, il pezzo sembra voler riaprire il discorso alt rock di fine anni ’90. Non a caso è messo in apertura di set, con Rossetti che picchia catene intrecciate su barili di metallo. Post-punk in odore di garage, nevrotico, monolitico, sporco. Anche dal vivo si conferma il miglior prodotto dell’artista dai tempi di Folfiri o Folfox. Si capisce la direzione che da lì in poi prenderà il live. Un viaggio sul viale dei ricordi fra grunge, rock alternativo e garage. Si dissotterrano anche quei ricordi che da tempo gli Afterhours non si azzardavano a toccare. Come Veleno, l’acida hardcore tratta da Hai paura del buio?, che gli stessi Little Pieces of Marmelade avevano fatto propria ai live di X-Factor.
La presenza di una band così compatta, che mette insieme l’esperienza (Rossetti e Antolini) e l’urgenza giovanile (DD e Frankie), rende il live più ruvido, graffiante, sottolineando le tinte più aspre della setlist. Come nel binomio Non si esce vivi dagli anni 80 / Male di miele, due hit ruggenti che infiammano il pubblico di affezionati. Il sound è pieno, le casse rombano a tutto spiano e Agnelli sembra interessato a far parlare soltanto la musica. Anche se non si risparmia qualche frecciatina: «Per tornare a suonare live, ho rinunciato a qualche gallone», riferendosi alla mancata partecipazione alla prossima edizione di X Factor.
Tanto spazio poi a un album a cui il frontman della band meneghina è molto affezionato, Quello che non c’è. Il trittico title track, Varanasi Baby e Bunjee Jumping (a cui si aggiunge sul finale la cavalcata psichedelica di Bye Bye Bombay) è ciò di cui un live tutto tirato ha bisogno. Atmosfere più allucinogene, spazi più dilatati, un respiro aleatorio incrinato solo dalla distorsione della chitarra elettrica. Poco dopo si fa tappa dalle parti della “canzone bistrattata” – a detta di Agnelli – tratta dalla colonna sonora di Diabolik, La profondità degli abissi. «Un brano non capito» – dice con ironia – «altrimenti avrebbe vinto il David di Donatello come miglior canzone», fingendosi di dimenticare di aver già nella sua teca l’ambito riconoscimento. C’è tempo per un finale dall’anima puramente hardcore: 1996, Dea, Lasciami leccare l’adrenalina, con la loro portata nevrotica, spianano la strada per la più delicata Bianca come ultimo pezzo prima dei bis.
Con una setilist così, tutta orientata su brani storici degli Afterhours, viene da chiedersi se non fosse più naturale riunire sul palco l’intera band, piuttosto che presentarsi come solista. Ma, d’altro canto, è innegabile che, con questa formazione, i pezzi si nutrano di un’aria completamente diversa. Se rimane intatta l’infrastruttura, cambia l’approccio, che gode delle riletture dei musicisti talentuosi che accompagnano Manuel. Dopo un bis su cui spicca una Non è per sempre cantata a squarciagola dagli astanti, Agnelli si congeda al piano sulle note malinconiche di Ci sono molti modi. Come a dire: “torneremo a scorrere o forse lo stiamo già facendo”.
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