Recensioni

È un viaggio di scoperta e rinascita, quello che Paola Randi compie con il suo secondo film da regista, Tito e gli Alieni. Un viaggio prima di tutto fisico, tra le lande desolate del Nevada, territorio simbolo di tanto cinema indipendente americano, a cui il film stesso si ispira in termini visivi (si pensi ad esempio agli interminabili viaggi minimalisti di Little Miss Sunshine o A proposito di Schmidt); ma quello che più interessa alla regista milanese è il viaggio mentale, quello fatto dei ricordi, che poi non sono altro che la vera linfa in grado di nutrire le nostre vite, altrimenti destinate all’agonia e alla semplice attesa della morte. Proprio con la memoria, film e regista cuciono un filo invisibile e indissolubile, grazie alla presenza di un timido e rassegnato Professore – che qui ha il volto baffuto di Valerio Mastandrea – il quale ha annullato quasi completamente le sue attività motorie per fissarsi sul ricordo della moglie defunta e per proteggerlo dall’oblio, da una dimenticanza letale, definitiva.
Ancor più sorprendente della messa in scena essenziale e dell’anima genuina della narrazione, è la caratterizzazione dei personaggi – reali, estranei a qualsiasi tipo di moralismo nostrano – ma anche l’ambientazione fantascientifica, che ricorda principalmente un altro recente e affine caso della cinematografia italiana, quel L’ultimo terrestre firmato da Gipi. Di quel film conserva i connotati fumettistici e artigianali, amalgamando l’ironia di fondo con un tema ambiziosissimo come il senso dell’esistenza e l’elaborazione del lutto. Tito e gli alieni assume anche i caratteri di uno studio attento sull’identità umana e di come questa possa rischiare di perdersi attraverso i traumi del vivere quotidiano (una perdita, la malattia); la soluzione sta quindi nel riconoscere che la parola “fine” ammette obbligatoriamente anche quella di “inizio”, così il nostro protagonista trova nei due nipoti – che come lui hanno subìto perdite importanti – la chiave per ricominciare, per dare quel nuovo inizio a una vita che sembrava condannata, per innamorarsi ancora, per scoprire la gioia della paternità e abbracciare una saggezza inaspettata.
La famigerata (e cinematograficamente ultra-celebrata) Area 51 diventa così lo spazio per ritrovare se stessi, per recuperare il senno perduto (come sulla luna di ariostesca memoria), per capire che il senso sta negli affetti e nei ricordi che abbiamo di loro. Tito e gli alieni è sì un film piccolo, ma con grandi ambizioni – con riferimenti, oltre a quelli già citati, che toccano mostri sacri come Incontri ravvicinati del terzo tipo – e una libertà narrativa invidiabile. Se Spielberg era però interessato allo stupore fanciullesco, Randi mira invece al richiamo di una memoria collettiva in grado di unire qualunque persona sotto lo stesso tetto, in modo da sentirsi – anche solo per un momento – meno soli nell’universo.
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