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Pochi mesi fa, Pa Salieu si trovava in un penitenziario britannico. Ventuno mesi dietro le sbarre per una sanguinosa rissa di strada avevano brutalmente interrotto la sua promettente carriera musicale. Sarebbe potuto essere il colpo di grazia, la spinta verso il baratro. Invece, una volta fuori, senza nemmeno un attimo di pausa, il rapper inglese si è gettato nel suo universo naturale: strumenti, software e camere insonorizzate, partorendo nuova musica. In un lampo è nato Afrikan Alien, un glorioso riscatto sociale. Il suo secondo album in studio arriva forzatamente a quattro anni di distanza dall’acclamato Send Them To Coventry. Anche in quel caso, un evento drammatico – una sparatoria da cui era uscito vivo per miracolo – aveva acceso la miccia creativa. Insomma, ancora una volta, da momenti di grande difficoltà biografica, Salieu riesce a trasformare il dolore in musica straordinaria.
Pa Salieu è un rapper e cantante che vive da sempre la strada e tutto il microcosmo che essa crea. Nato nella cittadina di Slough, non lontano da Londra, e cresciuto in Gambia, ha costruito una musica che funge da ponte tra la celebrazione delle proprie radici e una profonda riflessione sulle dinamiche di povertà, razzismo e oppressione. Afrikan Alien incarna appieno questa visione.
Ancor più che nel debutto, l’album è completamente intriso di afrocentrismo, un elemento evidente sin dalla copertina, tappezzata di simboli africani, e dal titolo esplicito. Questo lavoro è una macedonia sonora dedicata alla motherland, che tenta di collegare passato e presente, il remoto e il prossimo. Le sonorità del disco, pur rispettando logiche di mercato consolidate, sono variegate e rielaborate con un’impronta personale. Nella tracklist si alternano, talvolta fondendosi, versatili delivery grime (come in Ya Zee), drill pulita e accessibile (Big Smile, con il nigeriano ODUMODUBLVCK), morbido afropop in stile Burna Boy o Wizkid (Soda) e fascinazioni afrobeats, culminanti nell’esotica Allergy, probabilmente il brano più interessante dell’intero progetto.
In questo contesto, Salieu dimostra grande abilità nel mantenere il controllo, comunicando e intrattenendo con un fare brioso che gli consente di connettersi efficacemente al pubblico. La sensibilità conscious di brani come la retro Afrikan di Alien (con il ghanese Black Sherif) si intreccia con le celebrazioni culturali di Soda e Regular, senza tralasciare le dediche romantiche, come nella spensierata Round & Round, dal ritmo caraibico, o le schiette ostentazioni di Dece (Heavy).
Sebbene non rivoluzionario né completamente unico, Afrikan Alien si presenta come un piacevole viaggio tra ritmi e melodie vivaci, intensi racconti e manifestazioni di libertà. È un ponte sonoro tra le impulsive vibrazioni del Continente Nero e il ruvido approccio delle periferie britanniche. Un’opera che parla di oppressione e fatica, ma anche di libertà e leggerezza. Lo dimostra la catartica YGF (Young, Great and Free), che chiude l’album con gloriosa morbidezza.
Seguendo la corrente sempre più abbondante di pan-africanesimo che domina le classifiche internazionali, Pa Salieu si consolida come una delle voci più interessanti della scena rap britannica. Una voce per milioni di altre voci.
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