Recensioni

Agli albori della loro carriera, quando andavano in giro aprendo i concerti per i Sonic Youth con adesivi sui tasti della chitarra e del basso per vedere quale note toccare, sulle OOIOO (si legge oh-oh-eye-oh-oh) nessuno avrebbe scommesso un nichelino. Ben diciassette anni dopo The Wire, uno dei più autorevoli (se non il più autorevole) mensile di musica, dedica loro la copertina: un onore toccato in precedenza a personaggi come Rob Mazurek, Peter Brötzmann e Scott Walker, giusto per fare tre nomi.
Una discografia di primissimo ordine, che le ha viste confrontarsi con krautrock e post punk, senza perdere mai il piglio naive che le aveva fatte conoscere e apprezzare sin da subito, quando la tecnica era di gran lunga inferiore alla fantasia e alla sana follia di cui erano e sono portatrici. Capitanate come sempre da Yoshimio (o per i nostalgici Yoshimi P-Wee), polistrumentista e batterista dei Boredoms di Yamataka EYE, questa volta le OOIOO si sono cimentate in una personalissima e contemporanea rivisitazione del Gamelan (antica forma musicale indonesiana/giavanese che stregò letteralmente Claude Debussy, tanto da ispirarlo nella composizione di Pagodes), regolarizzato in questo caso da una sorta di primitivissima conduction. Niente a che vedere quindi con il complesso sistema di Butch Morris o i Game Pieces di Zorn, ma un semplice linguaggio di segni, quasi un gioco, per coordinare e spostarsi tra i pattern prettamente percussivi messi in piedi da Yoshimio, nelle vesti questa volta di gran cerimoniere.
Sonorità giocose e incalzanti che a tratti ricordano il progetto Yamasuki di Daniel Vangarde (il figlio Thomas Banglater ha fatto una discreta carriera con i Daft Punk), ma che nascondono in realtà complessi scambi armonici e ritmici: la classica pillola edulcorata, cavallo di Troia per portare profondità laddove sembra si nasconda solo frivolezza. La componente improvvisativa è in realtà molto limitata in Gamel: le strutture, che sembrano frutto di jam, sono in realtà strutture provate e riprovate in rehearsal e anche se fanno perdere un po’ la magia della libertà assoluta, non intaccano il prodotto finale.
Registrato quasi totalmente in presa diretta (Yoshimio ha comunque lavorato duro in post-produzione limando tutte le imperfezioni senza snaturare l’essenza del progetto), Gamel è di gran lunga il miglior lavoro del collettivo giapponese, sicuramente il più stimolante e ispirato.
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