Tetsuo sale sul palco

Ascoltare la musica del terzetto bostoniano ha lo stesso impatto del lasciarsi trascinare dentro il cult movie di Shinya Tsukamoto. La sensazione di disagio e di spaesamento all’ascolto dello sferzante noise-rock atonale e fuori dai canoni dei tre è la stessa che si prova di fronte allo sgranato b/n di Tetsuo. The Iron Man. Nella pellicola antesignana del cyberpunk cinematografico con gli occhi a mandorla il protagonista è costretto ad accettare passivamente la graduale quanto inesorabile trasformazione metallica del proprio corpo, quasi impossibilitato a sottrarsi da una attrazione irrazionale verso il farsi macchina. Nelle musiche del combo americano si avverte la stessa malsana attrazione tra uomo e macchina, ma con uno scarto fondamentale: è il metallico, infatti, ad essere piegato ai voleri dell’umano.

La genesi della band è nota. Nel 1994 lo studente d’arte Jason Sanford ha due grossi interessi, la scultura e la musica. Pedina strategica importantissima, per la band ai suoi inizi, la confluenza di questi due interessi con l’autocostruzione dei propri strumenti musicali: “Non sapendo niente della costruzione di strumenti, mi sono buttato nel progetto. La prima creazione era insuonabile, ma funzionava se eri disposto a scarnificarti una mano. Ebbe però buoni riscontri, così continuai, raffinando il mio metodo e studiando. Quando un po’ di chitarre furono finite decisi di riunire un po’ di musicisti per provare a suonarle. All’inizio pensavo ad una sorta di performance da inscenare una volta soltanto, ma il risultato fu più “musicale” di quanto mi aspettassi”.

Metà installazione, metà concerto “rock”, le infuocate prove live del gruppo convincono, quindi, Sanford a continuare in pianta stabile col gruppo. Facile prevedere che la fusione tra le due passioni finisse col dar vita ad una via personale al rock. La scoperta, poi, che quelle chitarre apparentemente caricaturali offrissero un range di possibilità sonore non convenzionali, atipiche ha incanalato il trio verso nuove sperimentazioni, come ci conferma il polistrumentista Mark W. Pearson: “Con l’evolversi della band, le chitarre sembrarono porci una questione: perché fermarsi qui? Reinventare uno strumento esistente, costruendolo con materiali inusuali è solo il primo passo; perché non inventare altri nuovi strumenti?”

La via maestra è segnata; la partita iniziata. L’uomo vive ormai in totale simbiosi con le sue macchine, Tetsuo docet. Così, dopo qualche cambio di formazione, i Neptune si stabilizzano in un trio che vede oltre al fondatore (impegnato grosso modo con chitarra baritono, organo e voce) anche Mark W. Pearson (grosso modo chitarra baritono, basso, synth fatti in casa, percussioni e voce) e Daniel Boucher (grosso modo batteria, attrezzi percussivi vari e voce). Resta però di base una certa apertura alla collaborazione che ne fa un’entità open-ended, sempre pronta a joint-venture più o meno improbabili con artisti visuali e indagatori del rumore.

Il punto focale del suono della band risiede, però, sempre in quegli autocostruiti strumenti, di cui è possibile vedere una curiosa carrellata nella sezione “Instruments” del sito. Chitarre, bassi, drum-kits, sintetizzatori e oscillatori; ogni tipo di strumento è autoassemblato partendo da una accozzaglia di lamiere, residui dell’era industriale, scarti e avanzi di fabbrica del terzo millennio. Ingovernabili, selvaggi, quasi dotati di una propria vita, quei patchwork caratterizzano da subito il sound dei tre forgiandone, nel vero senso della parola, il mood post-industriale.

Non che il legame musica-strumenti homemade sia una novità. Senza tirare in ballo l’Intonarumori di Russolo o le invenzioni di Harry Partch, basterebbe pensare agli Einsturzende Neubauten degli esordi, quelli che nel retrocopertina del memorabile esordio Kollaps si facevano beffe della pachidermica strumentazione dei Pink Floyd ritratta in Ummagumma. Martelli pneumatici, chiavi inglesi, trapani e lastre metalliche sostituivano la strabordante e canonica strumentazione floydiana fornendo l’ideale punto di partenza per un suono “industrialmente rock” che avrebbe influito pesantemente su decenni di prove successive. Quale che sia l’ispirazione, i Neptune non raggiungono il parossismo destrutturate dei primi EN. Restano circoscritti in un ambito prettamente rock e alla forma-canzone che, seppur tentato da svisate free-form, si deforma personalmente quasi esclusivamente per mezzo degli inaciditi suoni atonali della strumentazione. Questo almeno agli inizi dell’avventura. Le coordinate, infatti, sono quelle di un noise-rock abrasivo, percussivo e dal taglio industriale di cui perfetto esempio sono Intimate Lightning (2004) e Patterns (2006): un misto di destabilizzante avanguardia sonica e swansiana cupezza, calato sul versante più arty e groovey dell’industrial (gli olandesi Kong, ad esempio). Dopotutto i tre affermano che i Neptune “rocks like The Fall, clangs like Neubauten and drones like Faust”.

Da qualche anno a questa parte, però, il trio ha intrapreso una personale via all’improvvisazione che, nonostante fosse presente in alcuni precedenti esperimenti minori (il 3” cd-r 5 Songs li vede giocare con paranoica elettronica d’accatto), prende decisamente il sopravvento nelle ultime uscite insieme ad una maggiore consapevolezza dei propri mezzi espressivi. L’album della svolta, se di svolta si può parlare, è l’Untitled LP (Golden Lab, 2007) in cui i Nostri incrociavano le armi con tre terroristi sonici del calibro di Jessica Rylan (Can’t), Donna Parker e Kevin Micka. Nelle cinque pieces del vinile il suono si aggruma e si dilata. Si fa sempre più meccanico, ripetitivo, ossessivo: sorta di industrial Devoluto nell’iniziale Thorns (10 minuti di sibili e pulsioni quasi cyber-tribali) o ipnotico sabba drumless in #26 in cui i drones malefici di Donna Parker, fanno ristagnare l’aria lungo i 16 minuti del pezzo.

E se in Untitled l’improvvisazione si fa via maestra per una forma di musica ipnotica e circolare, nel nuovo Gong Lake (Table Of Elements, 2008, in recensioni) le strutture si fanno completamente free-form ed i tre, ancora e sempre alfieri “De L'Arte Degli Strumenti Autocostruiti”, eccellono al loro meglio. Gong Lake suona aberrante. Buio e teatrale come pochi altri. I Neptune sono concettualmente vicini agli Einsturzende Neubatuen. Il dir molto con poco. Come testimonia anche la seguente intervista cumulativa.

Intervista

Gong Lake rimanda a qualcosa dei primi Swans e EN. Voglio dire, una musica che seppur rock è già qualcosa di altro. È solo una impressione?

(Mark) Mi piacerebbe che fosse così. L’idea di mischiare strutture basicamente rock con suoni “altri” mi interessa molto. Tutto ciò che possiamo ascoltare al mondo è musica, anche se dipende molto dal come scegliamo di ascoltarlo.
(Dan) C’è indubbiamente una relazione tra le band che citi e noi. Dopotutto suoniamo rock ma in un contesto inusuale.
(Jason) Cerchiamo di suonare come se non avessimo mai ascoltato altra musica… evitando i cliché musicali e ponendoci sempre delle questioni. In questo senso compararci con EN e Swans non è impreciso; non proviamo a copiare il loro suono, ma come loro partiamo da una prospettiva concettuale di reinvenzione delle possibilità sonore…

Noise band è una definizione adeguata per i Neptune?

(D) Non ci considero una noise band e mi trovo in difficoltà con quel termine. Non c’entriamo molto con la scena noise. Suoniamo spesso con band dal taglio noise ma credo che i Neptune siano più una rock band.
(M) Noise è decisamente un ambiguo termine molto alla moda che racchiude tutto ciò che esiste tra le manipolazioni da mixer in feedback al rock discordante. Non rifiuto la definizione, ma preferirei il termine “sound” piuttosto che noise.
(J) Siamo spesso inseriti nel calderone noise. Non è propriamente esatto dato che non siamo interessati alla creazione del wall of soundcaratteristico di molta noise music. Per noi lo spazio negativo tra i suoni è importante quanto i suoni stessi. Usiamo di solito il termine “experimental rock”, sebbene sia vago e non soddisfacente.

Vi interessate di musica contemporanea? E se sì, quali compositori?

(M) Certo. Apprezzo Marcus Fjellstrom, Charlemagne Palestine e Pauline Oliveros così come Fennesz, Gert-Jan Prins ed altri. Ascolto molto Asmus Tietchens anche se non credo c’entri con la domanda. Ci sono molti artisti americani come Growing, Wzt Hearts e Double Leopards che sono molto preparati in materia.

I pattern ritmici hanno molto peso nella vostra musica; chi ha influenzato questo aspetto?

(D) Wow, bella domanda. Essendo un batterista sono stato influenzato da molti batteristi e percussionisti ma anche dai patterns ritmici che possono crearsi nella quotidianità. Tergicristalli, lavatrici, le ruote della bicicletta…tutto può generare meravigliosi ritmi. Una delle mie batteriste preferite, nonché immensa ispirazione è Katrina degli Ex. È fantastica.
(J) Nessuno di noi ha un percorso musicale tradizionale. E di solito non tendiamo a categorizzare le cose in termini di “ritmo” o “melodia”. Per noi, la batteria può essere uno strumento melodico e la chitarra uno percussivo.

Immagino i vostri live come qualcosa di stordente e magari pericoloso per la salute fisica del pubblico. Come reagisce la gente ai vostri particolari live-set?

(D) Varia da posto a posto; alcuni vanno fuori di testa mentre altri restano con le braccia incrociate.
(J) Di solito la gente è veramente eccitata nel vederci. Dietro i nostri strumenti c’è il presupposto che non siano necessariamente facili da suonare, ma richiedano posture inusuali da parte nostra, come fossimo dei performers impegnati a ingaggiare una sorta di lotta che comporta uno sforzo fisico notevole. In questo senso, se non si è interessati alla nostra musica, si può sempre assistere alle nostre performance.

Sembra esserci una ricerca filosofica dietro il vostro approccio “man vs machine” (o man with machine). È vero o è una mia impressione?

(M) Vero. I nostri live sono delle lotte. A volte a vincere sono le macchine.
(J) L’idea di “man vs. machine” è una premessa sbagliata. Gli umani sono, per definizione, una specie capace di usare degli strumenti, e immaginare il contrario è un nonsense. Perciò secondo noi è importante dare la giusta considerazione agli strumenti che usiamo e al modo in cui li usiamo, assumendocene le responsabilità perché essi sono parte di ciò che siamo. Credo che la nostra musica affronti questa questione, non in opposizione, ma suggerendo uno spettro di nuove possibilità.
In termini di materiali che usiamo, essi tendono ad essere inorganici, ma ciò non significa innaturali. Siamo gente di città e questi sono i materiali che ci vengono naturalmente in mano. Una ultima nota sul nostro rapporto con le macchine: quando siamo a casa preferiamo andare in bicicletta o a piedi piuttosto che guidare automobili.

Ci sono band alle quali vi sentite affini per l’approccio?

(D) Si, abbiamo molti amici col nostro stesso approccio
(M) Certamente. Credo che l’ultimo dei Sightings sia illuminante. Suoni scontrosi e songwriting alla perfezione. La mia attuale band preferita è These Are Powers da Brooklyn. Suonano basso preparato, chitarra, percussioni acustiche ed elettroniche con voce eterea.

E la scena di Boston? Ci sono band come voi da quelle parti?

(M) Ci sono band sperimentali, ma non tutte girano in tour. Tenete d’occhioo Jessica Rylan, Astronaut, Ho-Ag, Greg Kelley.
(J) La band più eccitante per me al momento è These Are Powers, da NY e Chicago. Anche Can’t da Boston e Sword Heaven da Columbus. Boston ha una scena grande e varia, e anche una delle migliori radio in circolazione: altre ottime band di Boston sono gli Ho-Ag e i Big Digits. Ma delle band menzionate, i Can’t di Jessica Rylan sono quelle più affini a noi, per via dei suoi fantastici synth fatti in casa, anche se la sua musica è unica e molto diversa dalla nostra.

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