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Il 1 marzo 2025. Il tanto atteso Mai dire mai Tour fa finalmente tappa a Torino, per la precisione a Venaria Reale. Illuminato da pulsanti luci rossastre, il palco del Teatro Concordia vibra nell’attesa di accogliere una delle band indie rock italiane più influenti degli anni 2000. Complici i suoni drone che riempiono la sala, e la fibrillazione delle persone presenti, l’aria si fa sempre più elettrica fino a quando, dopo circa 30 minuti di ritardo sulla tabella di marcia, Il Teatro degli Orrori fa il suo ingresso in scena. Mezz’ora di indugio sono nulla rispetto agli otto anni trascorsi dalle loro ultime esibizioni dal vivo prima dell’annunciato scioglimento. Il pubblico lo sa e, lungi dal protestare, risponde con un boato di entusiasmo.

Il Teatro degli Orrori, foto di Fabio Marchiaro

Con l’entrata in scena di Pierpaolo Capovilla, Giulio Ragno Favero, Francesco “Franz” Valente e Gionata Mirai, i numerosi accoliti si lanciano in grida e versi d’ogni tipo, a confermare la solidità di una genuina fanbase che non si è lasciata scalfire dallo scorrere del tempo. Ad aprire le danze è l’intro di Vita mia (“Maestro? Maestro, si accomodi, la prego. Possiamo incominciare?”), che dà subito il via a poghi fuori controllo annunciando una tripletta estrapolata da Dell’Impero delle Tenebre che comprende Dio mio e E lei venne. Barcollante ma duro a morire, Capovilla si agita sul palcoscenico stagliandosi sul fondo come una sagoma scura messa in risalto dalle strobo che contribuiscono alla creazione di un’atmosfera infernale.

Accompagnate ogni tanto da brevi monologhi introduttivi recitati dal carismatico frontman, le canzoni attingono da tutta la discografia degli ITDO, con esplicita preferenza verso i primi due album, rispettivamente del 2007 e del 2009. Calzate dalla batteria pestante di un Valente in ottima forma, scorrono così tracce quali Lavorare stanca, Direzioni diverse, Terzo mondo, Majakovskij, Il lungo sonno, e Compagna Teresa. A queste si intervallano ballate più malinconiche che portano gradualmente il live verso una fase più calante, mettendo però in risalto la sinergia fra il basso di Favero e la chitarra di Mirai (La canzone di Tom, Vivere e morire a Treviso, Lezione di musica).

Il Teatro degli Orrori, foto di Fabio Marchiaro

Solenne e rabbiosa come un tempo, la band si esibisce senza nascondere una profonda delusione nei confronti della deriva distopica e annichilente che nel frattempo ha preso l’umanità. Una costernazione che emerge soprattutto dalle presentazioni di brani quali A sangue freddo, e Maria Maddalena che, suonata a chiusura del concerto, lancia una toccante riflessione sull’impossibilità di ammettere di “stare bene” se si pensa che (citando lo stesso Capovilla) “… a poche centinaia di chilometri da me si sta compiendo un genocidio. Come posso io sentirmi sereno con me stesso, come posso io guardarmi allo specchio e dirmi «Dai che bella che è questa vita, tutto sommato»? Quando penso alle nostre sorelle, ai nostri fratelli, alle nostre madri, ai nostri padri, alle nostre figlie, ai nostri figli in Palestina, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, in Libia, in Iraq, nel Kurdistan, nel Rojava…

Dopo bis ed encore, il concerto si chiude con due ore intense e coinvolgenti, rese ancora più familiari da un tenero fuori programma: la figlia di Valente che gattona sul palco per ricongiungersi al padre. Quello che si è visto non è solo il ritorno di una band, ma di un gruppo di validissimi musicisti ancora capaci di scuotere e di scuotersi, abbracciando con responsabilità la loro missione artistica. Una croce e una delizia che, nonostante tutto, li porta a stringere i denti e ad andare ancora avanti. A sangue freddo.

Il Teatro degli Orrori, foto di Fabio Marchiaro
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